H5P per l’estensione ipermediale di filmati

Non è una novità e in effetti ne parliamo da un po’ di tempo. Anche un “video” è un manufatto comunicativo “linkabile”: comprensibilità, senso, scopo, significato sono quindi incrementabili mediante la connessione ad altri nuclei informativi selezionati.

Il meccanismo dei dispositivi che permettono questo (per esempio VideoAnt e Edpuzzle) è sempre il medesimo: produzione di un file che contiene le istruzioni per sincronizzazione dei materiali collegati e presentazione all’utente di un player che gestisce lo streaming del filmato dal deposito originario – con pieno rispetto del copyright -, mentre via via i materiali richiamati vengono affiancati e/o sovrapposti.

Nell’immagine un’ipotesi generale sulle valenze cognitive e didattiche di questo tipo di attività, che si propone di esplicitare, scomporre, chiarire la complessità sottesa a un flusso audiovisivo.

Fino ad oggi, consideravamo quale campione assoluto del settore – a parte soluzioni commerciali con costi insostenibili – il modulo per i video interattivi di H5P, che però aveva il limite di essere fruibile solo via piattaforma Moodle o WordPress.

Leggi tutto “H5P per l’estensione ipermediale di filmati”

#NonnidadS03E04

Googlezilla ed Edge identificano in automatico le credenziali della gagneria, ottenute con la firma dei genitori di una liberatoria che scarica la scuola e la corporation Alphabet più o meno da ogni responsabilità, riconoscendo anzi il diritto della seconda di succhiare tutti i dati utili per il miglioramento dei propri servizi proprietari.

Le insegnanti hanno ognuna un proprio spazio fisso, in cui i bambini – piccoli ma non stupidi – si infiltrano per chiacchierare già abbondantemente prima dell’inizio della “lezione”.

E in quei minuti funziona tutto: video, audio, chat. Nessun “non ti sento”, “mi sentite?”, “non ti vedo” e così via.

L’orario è – ovviamente – ridotto alla metà: da 8 a 4 ore.

Saranno l’età e il caratteraccio, ma mi sfuggono alcuni passaggi:

a. possibile che in due anni solari e tre scolastici il solo miglioramento tecnologico sia stato il passaggio dalla lavagnetta di cucina con il gesso ad una consorella con pennarelli colorati (entrambe per altro presentate sfocate e tremolanti a una webcam a bassa definizione)?

b. più in generale, come viene impiegato il tempo non speso ex monitor?

c. possibile – ancora – che non sia venuto in mente a nessuno che lo spontaneo raccogliersi dei bimbi sia una risorsa? quello spazio di fidelizzazione operativa e culturale al capitalismo digitale di sorveglianza è disponibile 24 ore su 24: perché non organizzarci almeno ogni tanto qualche lavoro/gioco di gruppo?

Te(cn)ocrazia a rischio di eresia

Confesso di aver scoperto ‘sto accrocco per caso. Anzi, per merito del mio pedinatore tascabile, che mi ha notificato la comparsa dell’articolo richiamato.

Sollecitato dal mio narcisismo consapevole e un po’ invidioso, ho letto con maraviglia. E latente venerazione per il Guru firmatario.

Ho così scoperto che la possibilità di attuare questa trasformazione ontologica nel nostro Paradiso digitale ci è concessa da un sacco di tempo.

E che consente – udite! udite”- addirittura di ricercare in modo facilitato le applet, “cioè tutti quei sottoprogrammi che consentono di modificare le impostazioni di Windows”.

La conseguente liturgia si fonda su di un lessico decisamente accattivante: “controllo”, “parametri avanzati”. “sistema”.

Per non parlare dell’interdizione ai semplici utenti umani. Quelli che non hanno “familiarità” e “conoscenza certa”.

Ovviamente, se si sbaglia l’approccio con le “parti sensibili”, si rischia il caos.

Lo scopo di tutto questo? Mica l’ho capito: del resto non sono un esperto di teleologia 4.0.

Grande è la confusione sotto il cloud: la situazione è eccellente?

Abbiamo scovato chi sembra compiacersi della rinuncia alla capacità di classificazione e organizzazione, sovrapponendo la gerarchia della logica con quella delle forze armate e interpretando la frammentazione da consumo compulsivo di intrattenimento come una sorta di obiezione di coscienza generazionale:

https://www.italian.tech/2021/10/13/news/e_se_nel_futuro_ci_dimenticassimo_di_file_e_cartelle_-321065141/

Che tristezza!

Squ(all)id Game

Quello qui sotto è solo uno degli esempi di articolo dedicato all’invasione da parte della serie di Netflix della mente di bambini e adolescenti.

https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ldquo-vuoi-cambiare-tua-vita-rdquo-roma-sono-spuntati-287018.htm

Implicazione più frequente? La censura, of course. Esercitare le potestà e l’etica genitoriali è davvero troppo faticoso.

Meglio lasciare dispositivi non sottoposti a parental control nelle mani di bimbi e ragazzi, magari soli nella propria cameretta, e maledire i fornitori dei servizi o rivolgere loro petizioni aperte ai media.

Che tristezza!

Fake identity

Come molti sanno, è in via di installazione Windows 11. Tra le novità, la possibilità di utilizzare – chissà perché… – roba del mondo Android. Ed ecco che, come se niente fosse, c’è chi dà del tutto serenamente indicazioni per aggirare le identificazioni previste.

Del resto, il consumo compulsivo a fini di cazzeggio con fornitura ai gestori del servizio di dati falsi è alla base dell’uso di Facebook, WhatsApp, Tik-Tok e via (de)socializzando prima della soglia di età minima prevista dalle norme vigenti. Che qualcuno considera una pratica di libertà.

Che tristezza!

Una ne fai… e 100 ne scopri!

Da qualche tempo PowerPoint 365 dispone in tempo reale della funzione sottotitoli:

Indubbiamente interessante in sé.

Ma l’utilità è moltiplicabile, perché – con un po’ di manovre – si può arrivare a arricchire una qualsiasi schermata condivisa online, come nell’esempio, dove a essere sottotitolata in Webex è la finestra attiva di Firefox:

Dov’è il trick?

Nel fatto che il programma di Microsoft non vincola la sua produzione di sottotitoli all’uso effettivo delle slide.

E quindi, basta attivare una presentazione vuota sullo sfondo e – come detto – condividere il proprio schermo, avendo la semplice accortezza di tenere in primo piano la finestra del contenuto via via “attivo” e di dimensionarla in modo da lasciare spazio ai sottotitoli, che in questo caso si sviluppano in basso, ma che è possibile posizionare in altri modi utili.

L’importante è non sovrapporli alle slide.

PS: l’amico Luca Ballestra Caffaratti mi ha segnalato WEB CAPTIONER, utilizzabile in modo analogo a PowerPoint365. In questo caso, anzi, è anche possibile scaricare il testo della sottotitolazione. Condicio sine qua non? Usare Chrome.

Lettera a una professoressa 2.0

Cara somministratrice di prove oggettive, fila A e fila B,
Lei di me non ricorderà nemmeno il nickname.

Che fossero conoscenze o competenze poco importa: ne ha certificati tanti.

Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi a cui fate lezioni frontali con strumenti pensati per interazioni aziendali.

Qualche provvedimento di qualche autorità del territorio ci costringe nelle nostre abitazioni e voi all’istante vi dimenticate che siamo adolescenti.

Per voi siamo solo studenti. Per alcun* – è vero – anche studentesse.

Il fatto che non possiamo incontrarci, non possiamo fare sport, non possiamo innamorarci, non possiamo svagarci – secondo voi – inutilmente, non possiamo vivere la gran parte di quelle esperienze che perfino alcuni dei più retrivi e moralisti di voi hanno compiuto, nemmeno vi sfiora.

Noi perdiamo i 14, i 15, i 16, i 17, i 18 anni nella loro pienezza. Periodi della nostra esistenza che non sono recuperabili, nemmeno con gli esami di riparazione e neppure con corsi fino a luglio, rituali da qualcuno dei vostri tanto rimpianti e proposti.

Voi per contro vi preoccupate di non riuscire a finire il programma (che non esiste più), dell’esame di maturità (idem), delle valutazioni e di rincorrere a tutti i costi non si sa bene cosa.

Sono pochi quelli che quando ci reincontriamo in aula dopo un periodo di distanziamento della didattica ci chiedono come stiamo e ci aprono il cuore.

La gran parte pensa soltanto a misurare, registrare, affibbiare voti e giudizi. Ci avevate detto che la scuola riapriva per noi, per recuperare socialità e benessere e invece… in questi due mesi in presenza – anche se al 50% – ci avete massacrati con continue verifiche e interrogazioni. Sembrate vendicarvi di colpe non ben precisate, ma che certamente non abbiamo noi.

Ormai siamo rassegnati a perdere una parte della nostra gioventù, ma sappiate che ci fate amaramente ridere quando vi sentiamo dire che la vera scuola è quella in prossimità, perché è fondata sulle relazioni umane.

(testimonianze anonime raccolte da Marco Guastavigna e Dario Zucchini)

Più è meno: soluzioni in cerca di problemi

Dieci anni fa Giovanni Bonaiuti ha dedicato al tema addirittura un intero libro, ora per altro disponibile al download gratuito.

E da allora sono proliferati i tutorial a proposito delle relative App – come si dice adesso -, in inglese, ma anche in italiano.

Sto parlando dei video interattivi come risorsa didattica. La convinzione della loro utilità è sostanzialmente indiscussa, che li si coniughi con la flipped classroom, o (in modo decisamente più sensato) con la necessità di non ridurre l’erogazione emergenziale dell’istruzione a videoconferenze più o meno spacciate per lezioni.

E sono anche proliferati gli ambienti per annotare i video; a VideoAnt, infatti, si sono aggiunti EdPuzzle, Ted Ed, Vibby, Timelinely, Yinote e Islcollective Video Lessons. [Hai visto bene, non ci sono i link: se vuoi raggiungere i diversi accrocchi, basta che li cerci con un motore di ricerca, magari DuckDuckGo. Ma fai uno sforzo: vai avanti nella lettura prima di scatenare la tua caccia alla novità]. E probabilmente altri che non abbiamo elencato.

Sappi che ci sono soluzioni davvero varie, anche se tutti si fondano sull’inserimento dell’URL del video su cui si intende lavorare (qualcuno accetta solo quelli di YouTube, altri sono più ecumenici) e sulla sua riproduzione in streaming su un proprio player: sono quindi pienamente rispettosi del copyright.

Tutti permettono la condivisione con i destinatari finali del lavoro di un altro URL, che lo rende attivo e fruibile e i più raffinati forniscono anche un codice per l’incorporamento in una risorsa di rete autonoma.

Qualcuno, poi, integra questi elementi con l’organizzazione di una classe virtuale e l’assegnazione ai suoi componenti dei contenuti prodotti. E quindi permette, per esempio, il tracciamento delle risposte date dai singoli destinatari alle domande poste da chi ha realizzato il video interattivo.

Già, la sola forma di interazione davvero chiara è questa, in forma aperta e a scelta multipla. Come vedrai, non mancano il riordinamento di frasi o la ricerca di corrispondenze e così via. Il contenuto del video, insomma, è concepito come esposizione su cui condurre delle verifiche.

Ma ci sono anche altre modalità: chi interviene sul video originale può sempre scrivere testo, che in vari casi può anche contenere dei link attivabili; un ambiente consente pure l’inserimento di immagini e di registrazioni audio-visive originali, realizzate con microfono e webcam.

Quanto alla forma di erogazione del filmato, sono sostanzialmente previste due fattispecie: il flusso senza interruzioni, oppure l’arresto (automatico o per scelta del destinatario) in corrispondenza delle annotazioni.

Un ambiente dà la possibilità di isolare e proporre al destinatario segmenti selezionati da più video, un altro una struttura di lavoro fissa (dai prerequisiti per la fruizione, alla discussione, alle conclusioni) che l’autore degli interventi può riempire di contenuti e di stimoli.

Hai già abbandonato l’articolo per partire con la ricerca delle App? No? Benissimo. Prima di farlo, infatti, devi ancora riflettere su un aspetto dirimente: proprio la superficialità con cui ti ho descritto le varie possibilità operative (tipologia di contenuti, ma non di impieghi) testimonia chiaramente che manchiamo di una definizione autenticamente significativa e articolata del concetto di interattività con i video.

Non è un caso che i citati tutorial (lo potrai verificare tra poco) siano tutti orientati al funzionamento del meccanismo presentato: gli esempi sono per lo più prodotti privi di senso, realizzati in modo frettoloso e senza un qualsiasi filo logico che possa anche solo far supporre un’autentica efficacia didattica.

Diciamolo meglio: siamo privi di una visione condivisa dell’interattività di secondo livello. Perché quella del primo tipo la conosciamo e pratichiamo quotidiamente: è l’immersione individuale e collettiva nel flusso audio-visivo.

Qualche precedente, però, lo abbiamo vissuto.

La modalità cineforum prevede infatti l’emersione e il dibattito alla fine della proiezione; quella videoregistratore (ed eredi, fino alla LIM) a scuola la – ripetuta – messa in pausa da parte dell’insegnante e commenti, domande e stimoli in parte preparati in parte estemporanei (alzi il mouse chi ha fatto qualcosa del genere senza suscitare vivaci proteste!).

Cosa spiega questa carenza strutturale? Sul piano intellettuale, la possibilità di scomporre in modo puntuale ed eventualmente puntiforme un aggregato culturale nei fatti fruito e considerato come unico e indivisibile non ha ancora un riscontro consolidato e quindi non vi è un patrimonio a cui fare riferimento.

Anche se la gran parte delle operazioni che abbiamo elencato nei paragrafi precedenti sono tecnicamente dei collegamenti, dei link, infatti siamo di fronte a una situazione molto diversa da quella dell’ipertestualità, che si è rivelata invece fin da subito molto potente ed efficace, in termini sia sintattici sia semantici, in quanto arricchimento senza soluzione di continuità cognitiva e culturale di note, citazioni, indici e rimandi bibliografici, lascito che ha contribuito a rendere più chiaro il passaggio.

Insomma, anziché esporre gli allievi a patchwork controproducenti, noi adulti dobbiamo sperimentare, costruire e condividere in prima persona una cassetta di attrezzi interattivi dotati davvero di senso logico e significato formativo e quindi capaci di assegnare alla dimensione audiovisuale non una funzione dispensativa e banalizzante (il filmato – magari “pasticciato” con un po’ di legami associativi – che sostituisce il libro, il testo), ma il compito di aiutarci a cogliere, distinguere, rappresentare e apprezzare la complessità dei saperi.

[Ora (e solo ora) hai l’autorizzazione a cercare gli aggeggi citati].

In media stat virtus?

Dario, Giorgio e Laura ci hanno pensato a scuola con gli studenti; Marco – che è in quiescenza – ai giardinetti con le nipoti. Ma abbiamo avuto tutti la stessa idea, nel medesimo giorno: “Cambiamo prospettiva!“.

Qualora la scuola abbia deciso – per ragioni logistico-sanitarie – di far ruotare gruppi di studenti tra aula e domicilio, o nel caso di anche solo uno studente costretto a seguire da casa, c’è infatti un modo per ovviare allo sdoppiamento e ridurre i conseguenti e disorientanti vincoli per gli insegnanti e le sempre presenti complicazioni tecniche.

Come?

Collocando il punto di accesso per coloro che sono “a casa” non sulla cattedra, ma su uno dei banchi, in modo che gli studenti in prossimità e quelli distanziati abbiano lo stesso punto di vista sull’insegnante, sulla lavagna e su eventuali altri strumenti.

Starà poi alla libertà e alla creatività professionale di ciascun docente trovare il modo di rendere il più valida possibile una situazione comunicativa sostanzialmente riunificata, considerate anche le disposizioni che di fatto azzerano la mobilità delle classi, una volta che ciascuno abbia raggiunto il proprio posto.

Il dispositivo di accesso potrà essere il pc in origine destinato alla cattedra, di proprietà dell’istituto, oppure – lo consigliamo – a turno gli smartphone e/o i tablet degli studenti fisicamente presenti, che verranno così co-responsabilizzati come tirocinanti in media-education.

In questo caso uno tra i presenti, almeno all’inizio astutamente selezionato tra quelli e più pronti e disponibili nell’uso delle strumentazioni, dedica il proprio smartphone o tablet alla connessione con chi è assente e appoggia il proprio dispositivo (connesso alla rete della scuola) su un banco vuoto.

La maggior ampiezza dello schermo di un tablet può per altro rendere piacevolmente possibile vedere i volti degli assenti. E non ci sono neanche veri e propri problemi di configurazione: gli smartphone, in particolare, nascono proprio per trasmettere audio e video e sono dotati di microfoni e videocamere molto efficienti.

Altra soluzione possibile è l’impiego di vecchi smartphone e/o tablet “riciclati“, senza SIM, sempre connessi alla rete dell’istituto. Volendo anche più di uno per classe, a turno: uno in azione e il resto in carica.

Così liberato, il dispositivo della scuola potrà essere utilizzato per proiezioni e altri strumenti di gestione dellla lezione, oltre che per una eventuale duplicazione della comunicazione, permettendo all’insegnante una più agevole visibilità della chat e delle eventuali altre modalità di contatto diretto con gli studenti fisicamente distanziati.

Giorgio Bancale, Laura Casulli, Marco Guastavigna, Dario Zucchini