Il disturbo “generico” dell’apprendimento tra scuola e algoritmo

Quattordici anni fa scrivevo un articolo intitolato La scuola è un disturbo generico dell’apprendimento? con un tono volutamente scanzonato e provocatorio. L’idea era semplice: e se a essere un disturbo non fosse lo studente che si distrae o che fatica a stare nei ranghi, ma un sistema scolastico rigido, incapace di valorizzare chi ragiona fuori dagli schemi? A supporto di questa tesi citavo un po’ di storia, ricordando come alcuni dei più grandi geni e innovatori dell’umanità Guglielmo Marconi, Giuseppe Verdi, Margherita Hack, Albert Einstein fossero stati considerati dai loro insegnanti poco più che casi disperati.

Oggi sono passati 14 anni. E vi devo dare una brutta notizia: nonostante l’attenzione per l’inclusione la situazione non è affatto migliorata. Anzi, se prima i ragazzi dovevano difendersi da un solo fronte, oggi i nemici sono diventati due.

Il fronte umano: professori di staring

Partiamo dal primo nemico, quello storico. Ci sono ancora oggi professori che entrano in aula con lo sguardo perforante, quello studiato a tavolino per bucarti l’anima e farti sentire a disagio prima ancora di aver aperto bocca. Docenti che guardano un ragazzo, una ragazza negli occhi e gli chiedono con disprezzo: “Ma tu che ci fai qui?”.

Spesso sono gli stessi che fanno le verifiche e mettono quattro a tutta la classe; ma non scambiamoli con i prof. severi o esigenti. Esistono docenti che riescono a dare un votaccio anche venti ragazzi contemporaneamente, senza dubbi sul fatto che, se tutti non hanno capito forse il problema sta dalla parte della cattedra, non dei banchi.

Quando vedono uno studente fuori dagli schemi o in difficoltà, invece di provare e a fargli piacere la materia — magari con un laboratorio, con un esperimento, con un po’ di costruttivismo, con qualcosa che accenda la curiosità o che lo faccia divertire —, la risposta è sempre la solita micidiale frase : “Guarda, per il tuo bene ti dobbiamo bocciare. Tu non ce la puoi fare, cambia scuola, rinuncia!”.

Naturalmente valutare è necessario. Il problema non è la severità, ma la rinuncia educativa: il momento in cui un docente smette di chiedersi come aiutare uno studente a crescere e inizia semplicemente a certificare il suo fallimento.

Ecco, questi docenti esistono ancora, per fortuna non sono tanti ma basta trovarsene uno/una in classe che ti applica già dai primi giorni la tecnica dell’Eye contact dominance (ti guarda storto!) e l’esperienza e il futuro di un adolescente può rimanere segnato in modo radicale. Tutti abbiamo avuto una materia preferita e una materia impossibile, da grandi ora sappiamo che non era poi solo la materia ad essere impossibile.

Ma se 14 anni fa un ragazzo esuberante o un po’ scaltro poteva trovare il modo di stare nell’ombra e cavarsela, oggi non c’è più un posto dove nascondersi.

Il fronte digitale: l’alleato spietato della prestazione

A quei professori così spietati (che tutti abbiamo incontrato nella vita) oggi si è aggiunto un alleato micidiale, che sta in tasca ai ragazzi e con cui trascorrono perfino più ore che a scuola, anche la notte: lo smartphone, con i suoi social network e i loro algoritmi iper-competitivi.

I social non dormono mai e non danno tregua. Se non sei un appassionato solo di gattini, l’algoritmo, i produttori di contenuti, i rapper, i trapper, gli influencer, i creators, gli youtubers, i trader, gli skyrunner, i freeclimber, i biker, i surfer, chiunque faccia qualcosa e non meno la TV non ti propongono certo la vita normale, ma un mondo idealizzato, recitato, montato ad arte dove tutto è una challenge da vincere, una festa esclusiva, un corpo perfetto, una prestazione sportiva fuori dal comune o un’ostentazione di bellezza e ricchezza spinta. Se non sei in un posto super lussuoso o non hai l’ultimo oggetto del desiderio, non hai l’equipaggiamento sportivo da migliaia di euro, una barca, una lambo, mentre guardi questa immensa fiction ti senti il più sfigato del mondo.

Sia chiaro: gli sport estremi, le biciclette più care delle automobili, le borse da acquistare in gioielleria, i denti con i diamanti e le auto da mille hp così come le barche esclusive con sopra sempre una festa esclusiva (per escludere appunto) non le hanno certo inventate gli algoritmi, sono i soliti adulti che, quando non fanno i professori, spingono comunque per un mondo sempre meno divertente e sempre più competitivo, finto, sboccato, estremo… sempre meno a misura di fanciullo.

Così, oltre al professore che ti punta tutte le mattine e ti dice – per il tuo bene! Sia chiaro! – che non vali niente, il pomeriggio ci pensano i social a ricordarti quanto sei piccolo, brutto e inadeguato rispetto a un mondo irreale che sembra vincere sempre.

E non c’è da stupirsi se oggi le famiglie corrono ai ripari e la risposta del sistema sia un’esplosione di certificazioni: quando la pressione sociale, scolastica e digitale diventa insopportabile, il certificato diventa l’unico salvagente burocratico rimasto per dire “questo ragazzo sta solo cercando di sopravvivere”.

Ma torniamo alla scuola e guardiamo la storia…

Prima di disperarci troppo, però, vale la pena ripescare qualche corso e ricorso storico. Perché se andiamo a vedere chi ha fatto davvero la storia, scopriamo che la scuola tradizionale ha sempre avuto un pessimo fiuto per il talento:

  • Margherita Hack: “Quell’anno finì con la bocciatura in matematica. Per essere ammessa in quarta, avrei dovuto fare l’esame di riparazione a ottobre. Ero stata rimandata, forse, non tanto perché non la capissi quanto per l’antipatia che il professore di matematica, un vecchietto bizzoso, aveva verso di me”
  • Giuseppe Verdi: Respinto dal Conservatorio di Parma perché “il giovane mostra un’errata postura della mano”
  • Guglielmo Marconi:  Da giovane era poco socievole, studiava da solo e soprattutto faceva esperimenti. Non segui studi canonici e non si laureò, ma diventò il più importante inventore del secolo. Il primo laboratorio lo creò a Livorno quando aveva 18 anni; prese lezioni da Vincenzo Rosa e Giotto Bizzarrini. Per i suoi esperimenti si faceva aiutare dal maggiordomo, non si è neppure mai diplomato ma ha 16 lauree honoris causa. Oggi moltissime scuole sono indegnamente intitolate a Guglielmo Marconi… beffa del destino.
  • Steve Jobs:  “Sono onorato di essere con voi oggi (Stanford, 14 giugno 2005), per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato.”
  • Bill Gates: arrivava tardi in classe e marinava la scuola per smanettare su un computer. A 18 si iscrisse a Harvard (legge e poi matematica) ma entrambi i progetti fallirono: abbandonò i corsi per dedicarsi a progettare software con Paul Allen fondando la Microsoft.
  • Mark Zuckerberg: durante gli studi a Harvard era riconosciuto come genio scolastico ma non ha mai concluso gli studi universitari.
  • Albert Einstein: “Non combinerai mai nulla”, gli disse l’insegnante di greco al liceo. Il politecnico di Zurigo lo bocciò all’esame di ingresso e Einstein fu costretto a ripetere la prova l’anno seguente.
  • Thomas Edison: A scuola ci restò appena tre mesi. I maestri lo definirono “troppo stupido per imparare qualsiasi cosa” e consigliarono alla madre di ritirarlo… e la madre gli disse “Mi dicono che sei un genio e che la scuola non ha insegnanti adatti a te e che mi devo occupare io della tua istruzione”
  • Isaac Newton: A scuola andava male, era distratto e costantemente in fondo alla classifica della classe, finché non decise di dimostrare a un bullo della scuola che valeva più di lui.
  • Winston Churchill: fu ammesso al Royal Military College, dopo essere stato respinto agli esami di ammissione per ben due volte.

Al di là dell’esattezza o inesattezza di alcuni aneddoti tramandati nel tempo e qui riportati, la storia è piena di persone che non si adattavano ai percorsi scolastici tradizionali e che hanno comunque lasciato un segno profondo nella cultura, nella scienza e nella tecnologia. Purtroppo non sapremo mai quanti adolescenti hanno rinunciato, per sempre, a una vita piena nel mondo e nella società convinti, per errore, di non esserne all’altezza.

Se 14 anni fa la mia era una provocazione sul modo di fare didattica, oggi è un allarme educativo globale. Abbiamo ragazzi messi di fronte a due giudici spietati: la cattedra che valuta la conformità e l’algoritmo che valuta la spettacolarità.

Nessuno passa l’esame.

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