Il mio profondo narcisismo e la conseguente e gravissima ludopatia digitale non mi avrebbero mai perdonato se non avessi provato subito.

Lette le istruzioni fornite da Dario Zucchini, mi sono pertanto precipitato nel box-auto dove tengo anche le tracce di tutte gli sfizi che mi sono tolto in questi trent’anni di rapporto onanistico e allo stesso tempo conflittuale con le eternamente nuove tecnologie.

Nemmeno me lo ricordavo, ma sepolto in una scatola ho trovato un vecchio Toshiba Satellite 2000, il cui BIOS all’accensione ha lamentato una datazione ferma al 2005 (non ricordo il giorno), ma che per il resto era perfettamente funzionante.

E allora sono partito.

Da bravo dscholaretto, ho scaricato le immagini ISO di Gparted Live e dell’ultima versione di Android-x86.

Sono andato in giro per il disco rigido del mio PC con Windows 10 a ripescare UNetbootin – ma va bene anche Rufus –, che ho usato su due vecchie pennette da 2 giga, a loro volta giacenti in un portaocchiali assurto a sarcofago. Risultato: due unità USB avviabili.

Con la prima – Gparted- ho spianato e preparato il disco rigido; con la seconda installato Android per PC. Operazioni alla portata di chiunque: all’accensione il fido Toshiba, per altro, mi informava in modo ammiccante che bastava schiacciare il tasto F12 per decidere da quale dispositivo fare il boot, forse ansioso di ripartire verso un radioso futuro.

Ed è cominciata la prevedibile fase bulimica, tuttora in pieno corso.

Disponendo di 2 giga di RAM e della relativa licenza, ho potuto installare Microsoft Office, ma non mi sono per nulla accontentato e ho caricato anche una serie di applicazioni che fanno esattamente le stesse cose di Word, PowerPoint e Excel. Per non parlare di quelle per la scrittura creativa (un mio vecchio pallino), che sono moltissime e in larga misura gratuite, così come vari altri strumenti con gli scopi più diversi, tra cui segnalo quelli destinati a incrementare e supportare l’autonomia personale, per esempio taskAbile.

I vantaggi di un pc androidizzato non consistono soltanto in questa cuccagna, ma sono anche di altro genere.

In primo luogo, si possono usare moltissime delle applicazioni previste per smartphone e tablet con la comodità ergonomica della tastiera ampia e del mouse. Sottolineo a questo proposito che la versione che ho installato – a differenza di alcuni Android utilizzati “nativamente” da alcuni miniPC – supera la tipica crisi di identità di un computer che si crede un telefono e che pensa di poter essere ruotato, cioè le schermate disposte in verticale lungo il lato lungo dello schermo, adattandole invece alla situazione effettiva del monitor con il detto lato lungo in orizzontale.

In secondo luogo, si apprezza la vocazione universalistica delle applicazioni, che considerano molti punti di vista e agiscono su uno spettro molto ampio di ambiti della vita culturale e quotidiana: insomma, le attività che possono assumere valore cognitivo, formativo ed inclusivo sono davvero molte.

Un paio di indicazioni per chi vuole provare a scuola, con gli studenti, in un’aula-laboratorio.

Terminate le operazioni di base, si deve indicare o creare un account Google, necessario per proseguire, in particolare per installare il set di applicazioni più utili nel contesto d’uso effettivo dei PC appena miracolati. Mi sembra saggio impiegare un account definito per l’occasione, che consentirà anche di clonare il set di applicazioni installate sul primo computer sugli altri, senza dover ripetere le operazioni nei dettagli. Android dà infatti la possibilità di replicare la struttura di un dispositivo su quelli via via collegati alle medesime credenziali, che suggerisco di concepire non associate ad alcuna forma di pagamento e assolutamente astratte ed anonime (e quindi certamente non l’indirizzo gmail dell’insegnante e nemmeno quello della scuola), in modo che siano inesistenti e operanti in nessun altro luogo virtuale: insomma, coniamo un accredito esclusivamente ad hoc e per ulteriori installazioni e allineamenti della Raccolta delle applicazioni. In questo modo si eviterà la piena subordinazione dell’attività didattica all’estrazione di dati e di valore da parte di Google.

Marco Guastavigna

Altre info su:  www.associazionedschola.it/greenlab

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  1. Stefania Giorello

    …vedo solo ora questa interessantissima novità  e…penso proprio che ne approfitterò!!! Sono un’insegnante di lettere ed anch’io sono appassionata di blog…
    …quindi…arrivederci!!!

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  2. Maria Teresa Panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi.Grazie

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  3. maria teresa panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi

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  4. come si puo pensare di dare queste informzioni e mettere le TIC all infanzia quando già i bambini sono bombardati da TIC e media fuori dalla scuola. La scuola dev essere un luogo dove i bambini devo fare esperienze dirette non farli rincretinire usando il computer o il tablet o schermi Gia a 4 anni alcuni portano le lenti figuriamoci se anche a scuola li mettiamo davanti a schermi illuminati. La scuola pubblica distruggerà la spontaneità dei bambini se continua cosi. Avremo dei sapientoni con cervelli pieni d informazione ma vuoti di ciò che sono le cose piu semplici e naturali.

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    • Gentile Luca,
      concordo con la sua posizione quando afferma che “la scuola deve essere il luogo per far fare esperienze dirette”, soprattutto nella scuola dell’infanzia. Infatti, tale grado di scuola richiede proprio che i bambini imparino a utilizzare tutti i campi di esperienza, come citato nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo del 2012. Questo però non esclude che tale esperienze venga fatta ANCHE attraverso le tecnologie. Sottolineo l’ANCHE che non richiede l’ESCLUSIVITA’. Utilizzare solo le ICT all’infanzia sarebbe patetico, oltre che poco funzionale.
      Inoltre mi permetto di fare il punto sulla MODALITA’. Il rapporto 1:1 con il computer non è un modello per la scuola dell’infanzia, dove il gioco ha la priorità. Non è possibile far utilizzare ai bambini dell’infanzia un dispositivo per ognuno. E’ invece possibile utilizzare i dispositivi in gruppo, usare il proiettore, usare il Coding, usare i video (brevi) , usare le immagini, interagire con la tecnologia.
      Il grande compito della scuola oggi è quello di sviluppare competenza digitale, i docenti devono insegnare a utilizzare le ICT con gli aspetti positivi e gli aspetti negativi (si veda il modello di competenza digitale DIGCOMP). Ovviamente ogni età ha una sua struttura cognitiva e i docenti dovrebbero essere formati per capire come le ICT si possono utilizzare in relazione al livello della scuola. A questo proposito si guardi il modello TCPACK: è molto interessante.
      Ultimo appunto: la creatività. Un uso consapevole delle ICT sviluppa creatività. Non si tratta di un uso istruttorio o procedurale ma l’uso creativo (ad esempio il Coding)
      La scuola potrebbe farne a meno e scegliere di non usare le ICT: ma se questi ragazzi non hanno imparano a utilizzare le ICT in modo intelligente a scuola dove altro possono avere occasione di imparare? La scuola dovrebbe essere maestra di vita, anche nelle ICT.
      Che ne pensa?

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