Pubblicato su “la Repubblica” 8 aprile 2002

E’ un raro esempio di coerenza, quello di Richard Stallman. Da una ventina d’anni ripete la stessa cosa, con immutato vigore: “Il software deve essere libero” sostiene, alla faccia di tutte le compagnie – Microsoft in testa – che, proprio grazie al suo sfruttamento economico, hanno accumulato nello stesso intervallo di tempo fortune incalcolabili.

E per essere libero di mitragliare il suo tormentone ha pagato dei prezzi alti sin da subito come, nel 1984, quando lasciò un ottimo posto di informatico al Mit per fondare la sua Free Software Foundation.


Oggi le sue idee sono sempre più di moda. In epoca di “no logo” l’ipotesi di un codice senza marchi, che ognuno può utilizzare, modificare e redistribuire a piacimento, gode di una fortuna senza precedenti. E poi c’è la prova che la teoria può funzionare anche nella pratica: Linux, il sistema operativo che si ispira a questi principi, è una realtà commerciale sempre più importante. E proprio in questi giorni, negli Stati Uniti, è uscito “Free as in Freedom: Richard Stallman’s Crusade for Free Software”, una biografia scritta da Sam Williams che racconta il contributo dell’ex hacker all’idea più rivoluzionaria della cosiddetta New Economy.


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