Ho assistito ai lavori del seminario sull’IA a scuola organizzato da Dschola. Devo sinceramente complimentarmi del fatto che non si è fatto ricorso all’accademico di turno – pronto a salire in cattedra a spacciare le proprie concettualizzazioni proprietarie come base epistemologica assoluta ed esaustiva – preferendo mobilitare risorse interne alla associazione.
Risorse interne che si sono però concentrate – a parte l’intervento sulle installazioni in locale – su eccessive spiegazioni tecnocratiche assurte a basi di conoscenza imprescindibili, nell’infelicissimo tentativo di recintare gli apparati socio-tecnici della logistica della conoscenza a vocazione capitalistica all’interno della computer science.
Non una parola su micro-lavoro invisibilizzato, oligopoli, tensioni geopolitiche. E neanche un cenno a bias culturali quali derivati statistico-antropologici della supremazia occidentale: sessismo patriarcale, pregiudizi razziali, abilismo, esaltazione della competizione, efficientismo (“potenza”, “potenti” e lo stigma di “meno potenti”), concorrenza, rivalità . Qualche cenno all’estrazione di valore dai dati degli utenti, ma un diffuso approccio ostile ai flebili tentativi di regolazione etica, giuridica e politica, in una totale riduzione della cittadinanza a consumo.
Il tutto condito da una visione dell’istruzione come preparazione al futuro anziché come progressiva emancipazione nel presente. Con una spruzzata di etica neo-illuminista, attenta a non citare avvenuti epistemicidi e potenziali ecocidi di un approccio culturale basato sulla concezione della natura (linguaggio umano compreso) come asset di un’economia fondata sulla predazione e sull’accumulazione di profitti.
Un approccio di questo tipo, parziale ma rassicurante, caratterizza molte iniziative, affiancate da un’editoria opportunista in cerca di royalties – spesso con pretesti operativi imbarazzanti -, che si ripetono in un ciclo di inerzia culturale statica e presto polverosa, incapaci di attivare un agire dinamico e vigilante.
In questo contesto, la mia proposta per andare oltre la linea di partenza non è molto di più di una provocazione, che aspira però a costruire una prospettiva del tutto diversa.
Cominciamo con una distinzione tra dispositivi – non sono “strumenti” né tanto meno “tool”:


A sinistra i diffusissimi dispositivi finalizzati all’estrattivismo e al profitto mediante asservimento operativo, cognitivo e culturale degli utenti; a destra la nicchia dei dispositivi conviviali, finalizzati invece all’emancipazione come profilo sociale.
Questo approccio acquisisce forza e credibilità dal diffondersi dell’utilizzo di risorse di intelligenza artificiale generativa come ecosistema locale: questa modalità può infatti comprendere dispositivi di assistenza alla scrittura di codice, che si traduce nella produzione di app contestualizzate, ovvero frutto di analisi dei bisogni e di ipotesi di risposta/soluzione di un gruppo definito, oggetto di verifica e di adattamenti, costruite in modo dialogico, distribuite come bene comune e quindi estranee a ogni processo di mercificazione, aperte, discutibili e modificabili.
Individuare una necessità o una carenza nel campo della didattica o dell’apprendimento non cozza più con la necessità di reclutare scriba del codice; basta infatti mobilitare Antigravity, Visual Studio Code o VS Codium con un paio di estensioni, Chatbox, Cursor, Zed e così via, per trovarsi in una situazione che premia chi ha molte idee.
Sono quindi in grado di distribuire un campione di App con le relative documentazioni, nella speranza che qualcuno voglia davvero sperimentarle; tutte hanno bisogno di presenza di server locale.


Un altro filone di autorialità diretta è il potenziamento delle capacità comunicative via estensioni, come in LibreOfficePortable, sempre da alimentare con server e LLM.
