Educare ai media significa forse soprattutto educare alla “nuova idea di cittadinanza che i media stanno contribuendo a costruireâ€?: l’obiettivo principale di un’alfabetizzazione ai nuovi media è pertanto quello di educare persone che apprendano – oltre a conoscenze informatiche – soprattutto strumenti di riflessione e critica verso i media stessi, e che siano in grado di sviluppare capacità  di metacomprensione dei messaggi che ricevono quotidianamente, crearsi punti di vista alternativi, selezionare e comprendere i linguaggi della comunicazione sociale contemporanea.
Tali considerazioni, centrali per il mondo della scuola, risultano ancor più evidenti nei contesti di isolamento coatto. Il messaggio prezioso che si ricava, ad esempio, dall’analisi dell’utilizzo delle TIC in situazioni carcerarie va per l’appunto nella direzione dello smascheramento dell’equivoco tecnocentrico, che mi pare l’obiettivo polemico di alcuni dei messaggi raccolti in questo blog: la vera anima della Rete è il desiderio degli individui a comunicare, che li conduce a ingegnarsi con autentica creatività  per raggiungere lo scopo, prescindendo per quanto possibile da una dotazione tecnica adeguata sia in termini di gestione della connettività  sia relativamente agli strumenti in possesso.
Nei luoghi “chiusiâ€? alcuni processi si accelerano e la loro gestione competente, pianificata e negoziata, risulta una necessità  improrogabile, che non rischia pertanto di essere relegata al solo mondo delle idee insieme al Bene e al Giusto. Come accade a volte nella scuola che noi tutti conosciamo, in cui la preoccupazione di contestualizzare in modo critico l’utilizzo delle TIC può talvolta apparire quale sorta di inclinazione pseudo-intellettuale a complicare ulteriormente il difficile quadro organizzativo.
Il recente boom di Internet e dei blog in Iran – dove sono molto forti la repressione della personalità , la censura sui mass media e il controllo sociale – ne è un ulteriore esempio. Nella sezione “TIC E LUOGHI DI CONFINEâ€? ho raccontato alcune di queste esperienze, intorno alle quali può essere interessante sviluppare una riflessione condivisa.

Laura Casulli

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  1. Intendo riferire una personale percezione relativa al quotidiano contatto con esponenti del mondo cosiddetto “alternativo” di due differenti settori:
    1) area (più o meno) dei centri sociali: “ultra sinistra” con fortissime attenzioni,
    (soprattutto in questi giorni che hanno visto l’elezione democratica e perciò problematica del nuovo presidente iraniano),
    alle dinamiche del mondo arabo-iraniano. Per essi (nel loro giudizio e nella loro prassi) la Rete è uno strumento di info/comunicazione imprescindibile;
    2) area (più o meno) radical-cattolica, con propensioni fortissime al “verde” e ad una visione di collaborazione con il terzo/quarto mondo in una prospettiva di irenismo centrato sul concetto di “equo e solidale. La riflessione sui fatti di Genova (il caso Giuliani ecc., ma anche e sopratutto il concetto di “movimento a rete e in Rete” ) sono per essi tuttora un punto di riferimento imprescindibile.

    La personale impressione, a partire dall’osservazione di tali esperienze, è sintetizzabile nella parola “autoreferenzialità ” (o, come si diceva in latino, “asinus cum asino fricat”).
    Cioè, nella Rete si può trovare quel che si vuole – anche, per fare un esempio, “fonti” che sostengano che l’Iran del nuovo presidente democraticamennte eletto è militarmente potentissimo, e “spezzerà  le reni” all’America appena essa proverà  ad attaccare…

    La Rete è dunque spesso usata per validare convinzioni a-priori
    (“l’ho trovato su Internet”, dicono molti sprovveduti – e chiusa lì…).
    La Rete come stumento di validazione
    a-posteriori di convinzioni stabilte a-priori,
    e NON di ricerca.
    Questo (che per me è un rischio), è vero soprattutto per le comunità  chiuse (e, in Rete, l’endogamia/autoreferenzialità  è in costante agguato, come dimostra talvolta l’impostazione di questo stesso sito…).
    Credo sia un problema e, per riferirsi alle donne iraniane di cui, Laura, parli nell’articolo, credo sia necessario porsi il problema
    degli strumenti di ingresso nella Rete…
    Più in specifico: le TIC nei “luoghi di confine”, in quanto esperite da “confinati”, non rischieranno al massimo grado l’autorefenzialità  consolatoria?
    Non ribadiranno perciò – assurdamente – la condizione di “confine” sociale,
    così come certe prediche domenicali hanno talvolta ribadito, consolando le plebi, le condizioni di sottomissione storicamente stabilite?

    Ciao da Giulio

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  2. Il rischio di autoreferenzialità  nelle comunità , più o meno chiuse, è chiaramente sempre in agguato. Non a caso ho riferito nei miei interventi esperienze che mi paiono significative dal punto di vista dell’uscita “fuori”, in cui le TIC sono strumenti di comunicazione reale e contestualizzata, al di là  della logica della pura alfabetizzazione informatica. Molto difficilmente ci si può “tirare fuori”, in quanto una comunità  si basa per sua natura sulla condivisione di pratiche e linguaggi, e la Rete può essere utile per sviluppare confronto come per autovalidarsi. Importante, credo, è accettare anche questo rischio, con la consapevolezza che l’apertura autentica sia un percorso fatto di cadute ma anche di modificazioni positive a fronte di inevitabili errori. Scendere in campo significa pertanto esporsi. Anche nel nostro caso.

    laura

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