Educare ai media significa forse soprattutto educare alla “nuova idea di cittadinanza che i media stanno contribuendo a costruireâ€?: l’obiettivo principale di un’alfabetizzazione ai nuovi media è pertanto quello di educare persone che apprendano – oltre a conoscenze informatiche – soprattutto strumenti di riflessione e critica verso i media stessi, e che siano in grado di sviluppare capacità  di metacomprensione dei messaggi che ricevono quotidianamente, crearsi punti di vista alternativi, selezionare e comprendere i linguaggi della comunicazione sociale contemporanea.
Tali considerazioni, centrali per il mondo della scuola, risultano ancor più evidenti nei contesti di isolamento coatto. Il messaggio prezioso che si ricava, ad esempio, dall’analisi dell’utilizzo delle TIC in situazioni carcerarie va per l’appunto nella direzione dello smascheramento dell’equivoco tecnocentrico, che mi pare l’obiettivo polemico di alcuni dei messaggi raccolti in questo blog: la vera anima della Rete è il desiderio degli individui a comunicare, che li conduce a ingegnarsi con autentica creatività  per raggiungere lo scopo, prescindendo per quanto possibile da una dotazione tecnica adeguata sia in termini di gestione della connettività  sia relativamente agli strumenti in possesso.
Nei luoghi “chiusiâ€? alcuni processi si accelerano e la loro gestione competente, pianificata e negoziata, risulta una necessità  improrogabile, che non rischia pertanto di essere relegata al solo mondo delle idee insieme al Bene e al Giusto. Come accade a volte nella scuola che noi tutti conosciamo, in cui la preoccupazione di contestualizzare in modo critico l’utilizzo delle TIC può talvolta apparire quale sorta di inclinazione pseudo-intellettuale a complicare ulteriormente il difficile quadro organizzativo.
Il recente boom di Internet e dei blog in Iran – dove sono molto forti la repressione della personalità , la censura sui mass media e il controllo sociale – ne è un ulteriore esempio. Nella sezione “TIC E LUOGHI DI CONFINEâ€? ho raccontato alcune di queste esperienze, intorno alle quali può essere interessante sviluppare una riflessione condivisa.

Laura Casulli

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  1. Stefania Giorello

    …vedo solo ora questa interessantissima novità  e…penso proprio che ne approfitterò!!! Sono un’insegnante di lettere ed anch’io sono appassionata di blog…
    …quindi…arrivederci!!!

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  2. Maria Teresa Panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi.Grazie

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  3. maria teresa panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi

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  4. come si puo pensare di dare queste informzioni e mettere le TIC all infanzia quando già i bambini sono bombardati da TIC e media fuori dalla scuola. La scuola dev essere un luogo dove i bambini devo fare esperienze dirette non farli rincretinire usando il computer o il tablet o schermi Gia a 4 anni alcuni portano le lenti figuriamoci se anche a scuola li mettiamo davanti a schermi illuminati. La scuola pubblica distruggerà la spontaneità dei bambini se continua cosi. Avremo dei sapientoni con cervelli pieni d informazione ma vuoti di ciò che sono le cose piu semplici e naturali.

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    • Gentile Luca,
      concordo con la sua posizione quando afferma che “la scuola deve essere il luogo per far fare esperienze dirette”, soprattutto nella scuola dell’infanzia. Infatti, tale grado di scuola richiede proprio che i bambini imparino a utilizzare tutti i campi di esperienza, come citato nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo del 2012. Questo però non esclude che tale esperienze venga fatta ANCHE attraverso le tecnologie. Sottolineo l’ANCHE che non richiede l’ESCLUSIVITA’. Utilizzare solo le ICT all’infanzia sarebbe patetico, oltre che poco funzionale.
      Inoltre mi permetto di fare il punto sulla MODALITA’. Il rapporto 1:1 con il computer non è un modello per la scuola dell’infanzia, dove il gioco ha la priorità. Non è possibile far utilizzare ai bambini dell’infanzia un dispositivo per ognuno. E’ invece possibile utilizzare i dispositivi in gruppo, usare il proiettore, usare il Coding, usare i video (brevi) , usare le immagini, interagire con la tecnologia.
      Il grande compito della scuola oggi è quello di sviluppare competenza digitale, i docenti devono insegnare a utilizzare le ICT con gli aspetti positivi e gli aspetti negativi (si veda il modello di competenza digitale DIGCOMP). Ovviamente ogni età ha una sua struttura cognitiva e i docenti dovrebbero essere formati per capire come le ICT si possono utilizzare in relazione al livello della scuola. A questo proposito si guardi il modello TCPACK: è molto interessante.
      Ultimo appunto: la creatività. Un uso consapevole delle ICT sviluppa creatività. Non si tratta di un uso istruttorio o procedurale ma l’uso creativo (ad esempio il Coding)
      La scuola potrebbe farne a meno e scegliere di non usare le ICT: ma se questi ragazzi non hanno imparano a utilizzare le ICT in modo intelligente a scuola dove altro possono avere occasione di imparare? La scuola dovrebbe essere maestra di vita, anche nelle ICT.
      Che ne pensa?

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      • D’accortissimo con lei, quindi posso sviluppare il coding unplugged all’infanzia come “utilizzo” delle TIC.?

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        • Mi inserisco nella discussione: per me il coding è e può essere solo plugged!
          Unplugged è qualcos’altro e certamente non ha a che fare con le TIC.
          Coding vuol dire programmare qualcosa: un robot, un tablet un pc, anche un giocattolo educativo programmabile o radiocomandato. ma non la carta e i cartoni!
          Quindi se non ho a che fare con qualcosa di programmabile non posso usare la parola coding.

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