Dopo due anni di lunga gestazione e parecchi stravolgimenti, con un voto unanime la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la legge che introduce le disposizioni per la tutela dei minori e la prevenzione contro il fenomeno del cyberbullismo.

Seguendo questi due articoli dell’autorevole rivista Wired.it possiamo capire quanto sia stato difficile, per i nostri parlamentari, realizzare questa legge: solo nel 2016 Wired titolava “Qualcuno fermi la presunta legge sul cyberbullismo“; mentre nell’articolo del  2017 che presenta la legge appena approvata sottotitola “Una buona legge che però può essere migliorata“. Consigliamo vivamente di leggere prima l’articolo del 2016 e poi quello del 2017 per comprendere bene la genesi e lo spirito di questa legge.

I punti chiave della legge sono in buona sostanza solo 5:

  1. La vera novità è che, per i minorenni di almeno 14 anni di età c’è la possibilità di chiedere al gestore di un sito, o al social media di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti dannosi diffusi in rete. Se questo non avviene entro 48 ore, c’è la possibilità di rivolgersi al Garante della privacy, che interviene nelle successive 48 ore. In pratica il pulsante “Segnala Abuso” deve funzionare subito ed entro 48 ore. Prima di questa legge se un contenuto non veniva rimosso non c’era altra strada che la denuncia con i tempi legali che conosciamo e, nel frattempo, il contenuto offensivo rimaneva visibile e online. C’è da dire che ultimamente i social network sono diventati molto più attenti ed è difficile che una segnalazione di abuso non provochi la rimozione del contenuto. In qualsiasi caso ora la rimozione va fatta entro 48 ore e senza passare da giudice. Il limite inferiore di 14 anni è forse troppo alto, i ragazzi approdano sui social anche prima falsificando la data di nascita; mentre il limite dei 18 anni è sicuramente corretto (leggete articolo di wired del 2016 per capirne il perché 😉
  2. Viene identificato il profilo del cyberbullo raccogliendo vari tipi di comportamenti che corrispondono ad altrettanti reati già presenti nel codice penale: “Bullismo telematico è ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d`identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori. Nonché la diffusione di contenuti online (anche relativi a un familiare) al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo”.
  3. Il questore è eventualmente chiamato ad ammonire il cyberbullo, così come già accade nel quadro normativo dello stalking, sul modello quindi dell’articolo 612-bis del Codice penale e fino quando non viene presentata una querela contro il cyberbullo stesso. In pratica lo spirito è di agire in fretta scavalcando le lentezze e le pastoie processuali.
  4. La Presidenza del Consiglio dovrà realizzare un piano di azione, per contrastare e prevenire il cyberbullismo e creare una banca dati per monitorare il fenomeno. Il Miur dovrà realizzare delle linee di orientamento con lo scopo di prevenire e contrastare il fenomeno tra i giovani, istituire una formazione dedicata per il personale scolastico e prevedere delle misure di sostegno per le vittime. Nei singoli istituti sono previste attività di educazione alla legalità e all’uso corretto di internet, iniziative che potranno essere svolte in collaborazioni con polizia postale e associazioni territoriali.
  5. Infine non poteva mancare a scuola un Prof Anti-Bullo. Ogni scuola individuerà un referente per tutte le iniziative finalizzate al contrasto del fenomeno che si occuperà anche di gestire i casi con le forze dell’ordine, laddove si verifichi un atto di cyberbullismo. In pratica uno sceriffo di pezza senza risorse e senza poteri ma con moltissime responsabilità, l’ennesimo incarico da appioppare a qualcuno. Come sempre in Italia la prevenzione e la sicurezza passano da un referente: non è poi così importante investire abbondantemente e senza badare a spese sulla prevenzione; ma è invece fondamentale che ci sia qualcuno che ci metta la firma e che sia lui il capro espiatorio in caso di guai…

Una buona prevenzione dovrebbe, invece, coinvolgere tutti i docenti, dovrebbe passare dal BYOD e dalla pubblicazione in rete consapevole e quotidiana di tutto quello che viene fatto a scuola. Spesso i docenti temono la rete o la usano male e, quindi, non sono esempi credibili per i loro studenti. La cittadinanza digitale si realizza trasformando noi ed i nostri allievi da inutili utenti della rete ad autori autorevoli e consapevoli. Produrre contenuti di qualità è l’unico vero antidoto agli haters, alle fesserie e alla violenze che viaggiano sulla rete.

Il prof-sceriffo-anti-bullo non è quindi la soluzione: dobbiamo impegnarci tutti – in prima persona – per diventare noi ed i nostri studenti dei veri cittadini digitali.

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