Ho due esperienze di formazione che coinvolgono le LIM. Qualche anno fa Digiscuola e ora La scuola digitale, la campagna per l’uso della nuova lavagna nella secondaria di primo grado.

Ho maturato alcune convinzioni:

è assolutamente inutile, anzi dannoso, agganciare in modo esclusivo l’uso della lavagna a un particolare modello teorico di tipo psicopedagogico; questo modo di fare formazione diventa rapidamente una forzatura prescrittiva, che finisce con il fare da deterrente all’uso dello strumento;

è assolutamente inutile, anzi dannoso, sovraesporre l’uso dei software installati con la lavagna, non per farla funzionare, ma per trasformare gli insegnanti in autori multimediali; non tutto funziona come dovrebbe, l’interfaccia non è sempre intuitiva; la realizzazione di prodotti complessi richiede tempi e impegno che non tutti sono disposti a spendere;

è doveroso rispettare le metodologie di tutti e dare pari dignità  a qualsivoglia uso della lavagna come tecnologia delle mediazione culturale; non sopporto chi dice in modo sprezzante di un collega che “usa la LIM come se fosse una lavagna (di ardesia)”; mi autocito: “Mi sono (…) ritrovato a ri-analizzare le caratteristiche della lavagna di ardesia, la tecnologia didattica tuttora più diffusa e usata – insieme a libri, quaderni, cancelleria varia e emissioni vocali– nelle classi della scuola della nostra Repubblica. E così ne ho compreso e ri-apprezzato l’essere strumento di comunicazione uno-a-molti, a costo relativamente basso, con efficacia vincolata alla compresenza in un unico ambiente di numerosi soggetti, disponibili a un percorso di apprendimento unico, ritmato da tempi e attività  uguali per tutti. La lavagna di ardesia è insomma la rappresentazione fisica di una visione nazional-popolare, risorgimentale. della scolarizzazione di massa. Da un punto di vista strettamente cognitivo essa assume il ruolo di tecnologia della mediazione pubblica: l’insegnante mette in evidenza, appunta, schematizza, esemplifica, riassume – anche con poche parole; lo scolaro corregge, svolge per la prima volta, riproduce sul quaderno e così via. Il gesso si cancella rapidamente, in modo da poter procedere con altri passaggi, con altri insegnamenti, con altre materie. Insomma, la lavagna di ardesia è finalizzata a una comunicazione (didattica) fortemente contestualizzata, per definizione effimera, salvo che ogni contenuto venga “copiatoâ€? su supporto cartaceo. La riflessione sulla lavagna di ardesia mi ha spontaneamente portato a riflettere su altre tecnologie della comunicazione frontale che hanno avuto scarsa fortuna nella aule propriamente scolastiche, se non in occasione di qualche aggiornamento del personale. Sto parlando della lavagna a fogli mobili e di quella “luminosaâ€?; capaci la prima di aggiungere all’estemporaneità , alla contestualizzazione delle superfici cancellabili, archiviabilità  e riutilizzabilità  dei materiali prodotti; la seconda di utilizzare contenuti pre-strutturati, per altro adattabili alle diverse situazioni mediante interventi di commento in voce.” (M.Guastavigna, L’anno della LIM? Il punto di vista del formatore, Insegnare 6-2009);

– è doveroso valorizzare l’uso di qualsiasi ambiente digitale a cui si assegni il ruolo di valore aggiunto nei percorsi formativi ordinari, quelli a cui ciascun insegnante assegna una buona probabilità  di efficacia didattica; le persone hanno il diritto di usare gli strumenti su cui si sentono sicuri, che ritengono di “dominare”, soprattutto in aula, di fronte a un gruppo di adolescenti mediamente agitati.

Sulla base di queste considerazioni, sono molto curioso di vedere all’opera l’Academic Tool di Microsoft, che sarà  presentato al Majo il 3 giugno p.v.; mi incuriosisce l’idea di disporre di un formato standard all’interno di un’interfaccia nota; mi incuriosisce verificare se a medio termine questo sbloccherà  l’editoria scolastica – è inutile che ci prendiamo in giro, i materiali didattici li fanno coloro che sono pagati per produrli! – al momento non particolarmente attiva anche per l’esistenza di N formati di nicchia non comunicanti tra di loro.

E poi spero che il mondo opensource faccia subito altrettanto, come da felice tradizione.

Di seguito, qualche indicazione bibliografica:

Libri
– G. Bonaiuti – Didattica attiva con la LIM – EDIZIONI ERICKSON
– F. Zambotti – Didattica inclusiva con la LIM – EDIZIONI ERICKSON

Articoli
– M. Guastavigna – Addio vecchia lavagna. Arrivano le LIM (titolo da me aborrito quando l’ho letto), Scuolainsieme, ottobre/novembre 2009
– M. Guastavigna – “L’anno della LIM? Il punto di vista del formatore“, Insegnare 6/2009
– M. Guastavigna – “La pila dei software“, Insegnare 1-2/2010
– M. Guastavigna – “Storie digitali. Multimedialità  e apprendimento della Storia” in “Per la Storia Antica”, B. Mondadori, Milano, 2010, con un’ampia analisi delle funzionalità  e degli usi didattici della LIM, parzialmente visibile qui e ottenibile gratis dai distributori di libri di B. Mondadori come gadget per le avvenute adozioni nella secondaria di II Grado.

Intanto godetevi la LIM in una Fiction:

E riflettete sulle lavagne che compaiono in questo film iraniano:

Spero che i lettori aggiungano altre indicazioni nei commenti.

Saluti e buon lavoro.

M. Guastavigna

  1. iwb è sicuramente un notevole passo avanti per la compatibilità  trasversale, ma convincerà  i docenti a sviluppare lezioni in questo formato? o ciascuno continuerà  ad usare i suoi software preferiti?
    Un docente molto esperto a sviluppare lezioni interattive in flash o in powerpoint perchè dovrebbe cambiare software autore? un docente che lavora con soddisfazione con cmap o con geogebra ha davvero così bisogno del software della LIM o gli basta solo l’hardware?

  2. Concordo con Dario. Non solo: quello che lui ipotizza è quanto nei fatti è avvenuto in molti tra i casi che ho seguito nell’attività  di coaching. L’idea di un unico formato è certamente interessante, anche se mi spaventa utto ciò che è introdotto per “obbligo”, soprattutto quando è in connessione con attività  culturali e intellettuali. Il problema della “sicurezza” e del controllo della situazione è però più ampio e non è riducibile solo agli aspetti tecnici del problema dei formati. La necessità  di differenziare i prodotti ha fatto sì che le interfacce dei software per le LIM siano a volte un po’ cervellotici e che si affastellino funzioni senza una precisa gerarchia di importanza cognitiva. Il discorso, in ogni caso. è in fieri. La storia ci insegna però che gli standard li fanno l’ergonomia, il marketing e la risposta dei consumatori.
    Saluti
    MG

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