In questi giorni, un documentario televisivo sui “segreti” di Google, Facebook, YouTube e del Web 2.0,  ha provocato molte critiche e polemiche. Il Report, in realtà, non svelava nulla di nuovo: dire che un server web memorizza tutti i nostri dati è come dire che l’automobile è spinta dal motore. E’ più una questione tecnica che filosofica: niente server = niente servizi su Internet. Chi non si fida è liberissimo di attivare un proprio server a pagamento e non usare i servizi gratuiti delle “multinazionali cattive”.

Ma la cosa davvero più inquietante era sentire i vari esperti in materia di privacy e sicurezza del vecchio continente pretendere il rispetto assoluto della privacy per piattaforme come Youtube e Facebook.

Chiedere a Facebook di rispettare la privacy è come chiedere ad un aereoplano di volare senza ali o a una moto di correre senza ruote… è una richiesta contraria allo scopo stesso del progetto. Facebook, Youtube e simili sono piattaforme appositamente pensate per la condivisione dei contenuti pubblici. Pubblico non vuol dire privato, condividere non vuol dire secretare ma neanche lasciarsi spiare… sono concetti per noi forse ancora troppo moderni.  La normativa sulla privacy dovrebbe, ad esempio, impedire alle compagnie telefoniche ed energetiche di chiamarci a casa a tutte le ore per proporci contratti e promozioni piuttosto che metterci nei guai se condividiamo emozioni e ricordi con chi vogliamo.

Ma il vero problema è che i cavilli legulei del vecchio continente stanno, di fatto, impedendo a progetti come Google, Youtube, Twitter e Facebook di svilupparsi anche da noi. Ci abbiamo mai pensato? Perchè certe aziende giovani nascono solo oltreoceano? Facebook non poteva nascere in un nostro liceo?

In Europa i giovani talenti come Mark Zuckerberg, Biz Stone, Evan Williams, Larry Page e Sergey Brin,  finirebbero nei guai legali prima ancora di  riuscire a rientrare delle spese! Invece in America questi giovani ce la fanno, le loro idee hanno successo, diventano super mega miliardari, danno lavoro a migliaia di persone, cambiano il mondo e… vanno a cena con Obama.

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  1. Stefania Giorello

    …vedo solo ora questa interessantissima novità  e…penso proprio che ne approfitterò!!! Sono un’insegnante di lettere ed anch’io sono appassionata di blog…
    …quindi…arrivederci!!!

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  2. Maria Teresa Panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi.Grazie

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  3. maria teresa panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi

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  4. come si puo pensare di dare queste informzioni e mettere le TIC all infanzia quando già i bambini sono bombardati da TIC e media fuori dalla scuola. La scuola dev essere un luogo dove i bambini devo fare esperienze dirette non farli rincretinire usando il computer o il tablet o schermi Gia a 4 anni alcuni portano le lenti figuriamoci se anche a scuola li mettiamo davanti a schermi illuminati. La scuola pubblica distruggerà la spontaneità dei bambini se continua cosi. Avremo dei sapientoni con cervelli pieni d informazione ma vuoti di ciò che sono le cose piu semplici e naturali.

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    • Gentile Luca,
      concordo con la sua posizione quando afferma che “la scuola deve essere il luogo per far fare esperienze dirette”, soprattutto nella scuola dell’infanzia. Infatti, tale grado di scuola richiede proprio che i bambini imparino a utilizzare tutti i campi di esperienza, come citato nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo del 2012. Questo però non esclude che tale esperienze venga fatta ANCHE attraverso le tecnologie. Sottolineo l’ANCHE che non richiede l’ESCLUSIVITA’. Utilizzare solo le ICT all’infanzia sarebbe patetico, oltre che poco funzionale.
      Inoltre mi permetto di fare il punto sulla MODALITA’. Il rapporto 1:1 con il computer non è un modello per la scuola dell’infanzia, dove il gioco ha la priorità. Non è possibile far utilizzare ai bambini dell’infanzia un dispositivo per ognuno. E’ invece possibile utilizzare i dispositivi in gruppo, usare il proiettore, usare il Coding, usare i video (brevi) , usare le immagini, interagire con la tecnologia.
      Il grande compito della scuola oggi è quello di sviluppare competenza digitale, i docenti devono insegnare a utilizzare le ICT con gli aspetti positivi e gli aspetti negativi (si veda il modello di competenza digitale DIGCOMP). Ovviamente ogni età ha una sua struttura cognitiva e i docenti dovrebbero essere formati per capire come le ICT si possono utilizzare in relazione al livello della scuola. A questo proposito si guardi il modello TCPACK: è molto interessante.
      Ultimo appunto: la creatività. Un uso consapevole delle ICT sviluppa creatività. Non si tratta di un uso istruttorio o procedurale ma l’uso creativo (ad esempio il Coding)
      La scuola potrebbe farne a meno e scegliere di non usare le ICT: ma se questi ragazzi non hanno imparano a utilizzare le ICT in modo intelligente a scuola dove altro possono avere occasione di imparare? La scuola dovrebbe essere maestra di vita, anche nelle ICT.
      Che ne pensa?

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      • D’accortissimo con lei, quindi posso sviluppare il coding unplugged all’infanzia come “utilizzo” delle TIC.?

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        • Mi inserisco nella discussione: per me il coding è e può essere solo plugged!
          Unplugged è qualcos’altro e certamente non ha a che fare con le TIC.
          Coding vuol dire programmare qualcosa: un robot, un tablet un pc, anche un giocattolo educativo programmabile o radiocomandato. ma non la carta e i cartoni!
          Quindi se non ho a che fare con qualcosa di programmabile non posso usare la parola coding.

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