Le linee guida stanno facendo protestare tutti: pur di rinunciare alla Didattica a Distanza che – sia ben chiaro – ci ha salvati, pur di non costruire nuove scuole e giammai di assumere più docenti si sta tentando l’impossibile. Con l’onorevole scopo di rilanciare la scuola pubblica si stanno elaborando procedure impossibili e sbagliate in qualunque modo le si pratichi che ci porteranno inevitabilmente alla débâcle della Pubblica Istruzione.

Il virus non se ne sta andando, perché dovrebbe farlo tra due mesi? E ama gli edifici affollati e insalubri, proprio come sono le nostre scuole ammuffite dall’incuria e dagli accorpamenti.

Non ci sono assunzioni di docenti in corso, i concorsi non partono, la regolarizzazione dei precari neppure.

Nelle tanto contestate linee guida ecco però la vera novità, che vale da sola una riforma della scuola:

L’offerta formativa per gli studenti sarà ampliata guardando a ciò che c’è nei territori. Ciò significa che Enti locali, istituzioni pubbliche e private, realtà del terzo settore e scuole si impegnano a sottoscrivere specifici accordi per “favorire la messa a disposizione di altre strutture e spazi”, oltre le scuole, ad esempio “parchi, teatri, biblioteche, cinema, musei, al fine di potervi svolgere ulteriori attività didattiche o alternative a quelle tradizionali, volte a finalità educative.

Con la scuola al parco, al cinema e al museo hanno giustamente salvato gli educatori che ruotavano attorno alla scuola e al doposcuola che diventeranno insegnanti a tutti gli effetti senza essere docenti della Pubblica Istruzione. Tra i locali aggiungerei, ovviamente, anche gli Oratori e gli educatori che operano in quelle strutture e anche spiagge, castelli, abbazzie e impianti sportivi a norma. Chissà magari in futuro arriveranno anche accordi con i centri commerciali tanto amati dai giovani…

Ma, in realtà, c’è molto di più: fare scuola al parco, in teatro, in biblioteca, al cinema e al museo è davvero fantastico. Un’esperienza che, fino a ieri, era la norma solo nei campus più blasonati d’oltreoceano proprio perché richiede il superamento della didattica trasmissiva a favore della didattica esperienziale.

La didattica XP (eXPerience) si basa sulla esperienza personale, un processo attivo di apprendimento che parte dall’azione, dalla sperimentazione concreta di situazioni e dall’esperienza diretta dei concetti…

In Italia la didattica XP la si trova soltanto nelle scuole più esclusive, quelle che, in questo periodo di crisi sanitaria, stanno aumentando i loro iscritti proprio perché sono le uniche ad essere organizzate in maniera tale da non far patire ai fanciulli i limiti del distanziamento sanitario e anche perché le profumate rette gli consentono di assumere, senza troppi problemi, tutti i docenti che gli servono e di migliorare i locali – già belli – più di quello che serve. Sempre nelle scuole più esclusive non troviamo nessuna preclusione alla didattica digitale e alla DaD, anzi, a tutte le età l’iPad – e non certo un tablet qualsiasi – fa parte della dotazione standard dell’allievo.

Ora con la scuola al parco, al museo, al cinema la didattica XP diventerà per tutti la norma: la scuola non sarà più soltanto stare ore seduti a ricevere la “trasmissione” di un prof ma diventerà “passare del bel tempo insieme” con un argomento da discutere (meglio se in inglese), un buon libro da leggere insieme sotto un albero o in biblioteca, un bel film da guardare o uno spettacolo di teatro partecipato o di arte circense a cui prendere parte.

Insomma è davvero bellissimo ma è la fine di un’epoca: gli educatori prendono il posto dei docenti trasmissivi che si avviano inesorabili al declino – mica penseranno di riuscire a trasmettere ancora qualcosa con orari impazziti e moduli orari super-ridotti da ripetere all’infinito!?! Giustamente non ha neppure più senso investire in nuovi edifici scolastici e assunzioni quando, per “andare a scuola”, basta andare a spasso in qualche bel posto, vedere gente e fare qualcosa insieme… ovviamente nella speranza che tutti i comuni siano davvero dotati di un bel luogo dove accogliere i fanciulli.

Attenzione, però, che il parco, la biblioteca, il cinema, il teatro sono solitamente ambienti di apprendimento perfettamente integrati nei campus scolastici e non certo sparsi sul territorio. Insomma non è detto che funzioni e che questo approccio, seppur innovativo, ci protegga realmente dai contagi.

Per salvare la scuola abbiamo ingiustamente criticato la didattica a distanza ma l’alternativa ora è una scuola diversa e potrebbe non essere per tutti un miglioramento, e poi i docenti che sono coraggiosamente già andati al parco, prima di queste linee guida, hanno pure passato dei guai!

Che vi dicevo? con o senza epidemia, questa è la débâcle della Pubblica Istruzione.

  1. Mi fa davvero male vedere quel che succede a scuola. Come ex prof, come nonno e come cittadino.
    Ma ci sono responsabilità precise.
    I primi responsabili sono coloro che hanno messo in moto la retorica dell’opportunità, che ha innescato non solo il pullulare di offerte di formazione da parte di chi ha avuto il coraggio di spacciarsi come esperto di erogazione di istruzione mediante strumenti telematici sincroni e asincroni, avendo accumulato qualche esperienza e magari qualche certificazione di una delle varie multinazionali a proposito dell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma anche il rifiuto aprioristico di coloro che hanno sempre snobbato “il digitale”, senza rendersi conto di adottare, usando questa espressione confusiva e gergale, in modo subalterno il lessico tecnoliberista.
    Niente analisi, niente dialettica, niente confronto: solo polemiche, pensiero polarizzato, pars destruens a gogo.
    Zero capacità e zero volontà di distinguere tra tecnologie digitali a vocazione industriale e chiusa, di profitto commerciale – quelle che l’hanno fatta da padrone grazie alla resa preventiva delle istituzioni pubbliche – e tecnologie digitali a vocazione etica e aperta, di sviluppo umano della conoscenza cooperativa.
    Solo contrapposizione snob e dura, in particolare in nome dell’altra sempre più funesta contrapposizione tra conoscenze (fatte coincidere con la tradizione e – senza rendersi contro del paradosso, vista la quadripartizione dell’istruzione a 14 anni – con il senso critico) e competenze (fatte coincidere con l’innovazione fine a se stessa e con l’adattività al pensiero unico).
    Nessuna consapevolezza civile e culturale: nessuna intenzione di comprendere che l’emergenza sociale e didattica avrebbe richiesto l’acquisizione individuale e collettiva di quadri concettuali autenticamente emancipanti (e non la reiteramente ripetuta sciocchezza sulla neutralità degli strumenti, la sola posizione emersa a differenziarsi dal rigurgito dogmatico).
    In questa situazione di stasi della ragione critica, sostituita dall’#iolavevosempredettismo, potevano avere spazio solo proposte con un po’ di congruenza con le necessità e una decente pars costruens .
    Ed ecco il documento tecnocratico e gerarchizzante dell’ANP, in nome dell’efficienza. Ed ecco la proposta romantica della scuola glocal, Tutto il resto è Jurassic Park.

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