Divario, disparità e disuguaglianza sociale hanno di recente trovato anche una nuova anglofona collocazione nella definizione di “digital divide”, che esprime l’handicap da parte di alcune categorie sociali  – o di interi paesi – di usufruire di tecnologie e cultura di tipo digitale nella cosiddetta “società dell’informazione”. La Information Technology (IT) – lungi dall’essere causa in sé di problemi sociali mondiali come vorrebbero alcuni “apocalittici”- è pur tuttavia uno strumento essenziale nella cosiddetta “globalizzazione”, e il digital divide ne è corollario: una sorta di iceberg costituito nel profondo da aspetti “analogici” complessi,  dal punto di vista economico, sociale e culturale. In questo senso mirare all’abbattimento delle barriere digitali non può che comportare un ripensamento globale in ordine alle politiche di sviluppo e integrazione. Dallo stesso mondo delle TIC provengono suggerimenti interessanti in questo senso, il cui eco supera la dicotomia digitale/analogico e incrocia il dibattito intorno all’open source, dal quale sono giunte in questi anni alcune delle spinte culturali più rivoluzionarie in merito ai confini tra giustizia e libertà.

Le iniziative volte a mitigare il digital divide si stanno moltiplicando e, in linea con tali orientamenti istituzionali, nella realtà torinese si è recentemente sviluppato il Progetto “RIUSA”, che si propone di ridurre il divario economico e sociale aggravato dalle difficoltà di accesso alle nuove tecnologie, di educare gli utenti al corretto riutilizzo delle proprie dotazioni informatiche e di promuovere l’uso di software open source.. Ultimamente diciotto Personal Computer recuperati sono stati destinati ai laboratori di informatica dell’Istituto penitenziario minorile “Ferrante Aporti” di Torino, in cui il valore significativo dell’impiego delle TIC è da tempo riconosciuto nella didattica quotidiana.



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