In questi giorni di emergenza ci ritroviamo con una ampia offerta di piattaforme (più o meno gratuite, almeno apparentemente) che ci vengono presentate quali dispositivi ideali per la didattica a distanza. In molti casi questi ambienti – sempre fortemente strutturati e di conseguenza portatori oltre che di opportunità anche di vincoli – non sono stati inizialmente concepiti per l’insegnamento di tipo scolastico, ma piuttosto come strumenti per organizzare e svolgere riunioni e formazione di tipo aziendale: obiettivi molto precisi, ruoli fortemente gerarchizzati, condivisione di materiali con una finalizzazione lontana dall’esercitazione e dalla propedeutica. Non ci sembra del resto un caso che nella situazione attuale uno dei principali player della platform network abbia aumentato il numero di utenti ammessi simultaneamente sul proprio canale dedicato alle riunioni, provvedimento che sembra ritagliato sulle dimensione di un collegio dei docenti di un istituto secondario di grandi dimensioni.

Molte delle soluzioni proposte, insomma, sono lontane dalle esigenze di flessibilità, monitoraggio, supporto e sostegno alle attività, adattamento e inclusione tipiche della mediazione didattica per l’apprendimento significativo. 

Sempre in questi giorni molti docenti preoccupati dal “come faccio” stanno seguendo a testa bassa tutorial e istruzioni per rendere operative queste piattaforme, già usate ma mai con un numero così alto di utenti. Ebbene la maggior parte di queste guide partono sempre dall modalità di gestione utenti per poi fermarsi poco oltre, con le impostazioni più varie e incomprensibili… Come se la gerarchizzazione dei ruoli all’interno della piattaforma – e non piuttosto il contenuto da veicolare – fosse la garanzia di una buona didattica a distanza. Per fortuna oggi trasmettere video, fare videoconferenze e condividere materiali è davvero facilissimo, più facile che mai e alla portata di tutti. Lo facciamo tutti i giorni: basta scaricare un’ App o registrarsi da qualche parte e iniziare, tanto che Umberto Eco, qualche anno fa già diceva: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli […] ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.”… in un certo senso i server sono gli stessi, dobbiamo solo metterci i contenuti didattici. Niente paura, il problema non è – giuriamo! – tecnico. O, almeno, non  è soprattutto e soltanto tecnico.

Per cominciare ad avere un po’ più di chiarezza, perciò, invece di partire da una descrizione tecnocratica e assolutizzante delle funzionalità delle piattaforme, ci sembra più utile proporre alcune domande di base:

  • cosa è meglio usare per una riunione in videoconferenza e che cosa è meglio per un’attività rivolta agli studenti?
  • cosa è più utile usare per condividere materiali di lavoro accessibili agli studenti?
  • prima ancora, e in considerazione della conoscenza dei diversi gruppi-classe, che cosa ci sembra poter essere più efficace: videolezioni? tutorial? “dispense” a prevalenza di testo? altro?

E poi, la madre di tutte le domande: dobbiamo sempre e comunque registrare decine, se non centinaia di utenti e fornire loro credenziali, password, con tutte le (poco) note implicazioni legali e conseguenze etiche e di responsabilità, in particolare per gli scolari tra 6 e 13 anni?

Non ci schieriamo a priori per una soluzione piuttosto che per un’altra. Preferiamo offrire spunti utili a guidare maestri, professori e dirigenti a scegliere consapevolmente – ed eventualmente a riadattare – le risorse che appariranno loro più coerenti con le loro opzioni didattiche e con metodiche di condivisione congruenti con gli obiettivi e con le effettive dotazioni a disposizione delle famiglie.

Una cosa, però, ce la prefiggiamo in modo esplicito: evitare il più possibile di costringere le scuole e/o i genitori a caricare grandi quantità di persone sulle piattaforme fondate sulla profilazione degli utenti, ovvero sull’acquisizione di dati anagrafici e sul trattamento algoritmico dei comportamenti a fini di profitto.

La prima questione da affrontare è decidere che cosa si intende condividere in modo sincrono (ovvero erogare in diretta) e cosa in modo asincrono (ovvero mettere a disposizione in differita). Questa scelta non dipende dalla configurazione mediale: una “video-lezione” può avvenire nelle due modalità. Anche la stessa, registrandola mentre la si realizza. La scelta non dipende dagli strumenti, ma dalla relazione che si intende mettere in atto con il pubblico di discenti. 

A un’altra differenza abbiamo già accennato: un conto sono un collegio dei docenti, un consiglio di classe e altre riunioni riservate, che implicano “porte chiuse”; un conto attività didattiche paragonabili per molti aspetti a quelle messe in atto durante un viaggio di istruzione – per esempio la visita a un museo commentata dall’insegnante -,  in cui sono richieste attenzione e sorveglianza, ma non è preclusa la chiacchierata con un passante, un’altra classe di un’altra scuola, un gruppo di pensionati in gita con l’Università degli anziani. 

Per l’aspetto gestionale (riunioni, dipartimenti, collegio docenti) gli strumenti di videoconferenza cloud (Google Meet, Jitsi Meet, Office 365 Teams, Zoom, Webex)  sono ideali, proprio perché nascono con uno scopo sovrapponibile: la riunione organizzata ed esclusiva. Gli ultimi aggiornamenti stanno portando il numero massimo di utenti dai classici 25 ad uso aziendale  ai circa 250 adatti alle scuole. Il gruppo dei partecipanti è gestibile e gli estranei non possono accedere alle riunioni; è così mantenuta la piena riservatezza della discussione. Un’elevata motivazione dei docenti può aiutare a risolvere più o meno rapidamente i problemi classici delle videoconferenze (“mi sentite?”, “non vi vedo!”, “non ti sento…”, “non riconosce la password”, “non ho ricevuto l’invito”). È comunque  sicuramente necessaria una regia, gestita da un tecnico o da un docente, soprattutto per i collegi dei docenti. La partecipazione alla videoconferenza ovviamente è possibile non soltanto con un PC ma – e molto più agevolmente – con tablet e smartphone. Ricordiamo che, in qualsiasi caso, tutti i partecipanti devono essere profilati (avere identità e credenziali registrate) sulla piattaforma che intendiamo utilizzare fatta eccezione per Jitsi.  Jitsi è un progetto open source che offre gratuitamente un servizio di videconferenza senza registrazione degli utenti, basta inviare ai partecipanti un link della riunione e si è subito collegati, con un enorme risparmio di tempo per chi deve effettuare la regia. Questo è lo spirito giusto: soluzioni rapide, sicure, gratuite e senza troppi vincoli.

Per fare, invece, una “videolezione” consigliamo o la diretta (sincrono) o il caricamento (asincrono) su… Youtube. In questo modo il materiale sarà utilizzabile anche da altri interessati, senza alcuna difficoltà e con qualsiasi dispositivo. In tutti i casi l’efficacia dei “video” non dipenderà dalla scelta della piattaforma o dalla modalità temporale di erogazione, ma dall’idea, dalla qualità comunicativa, dalle risorse di ripresa, dall’abilità in un eventuale montaggio e così via. La partecipazione effettiva degli studenti, a sua volta, non si otterrà attraverso l’ossessiva e inquisitoria richiesta di credenziali – che potranno non funzionare, andare smarrite e così via, in modo più o meno sincero – ma dalla relazione tra gli stessi e i docenti. Siamo convinti che la fiducia e il reciproco riconoscimento dello sforzo che nella situazione attuale si renderà necessario per trovare un equilibrio siano componenti umane molto più importanti e decisive di eventuali procedure di identificazione e accorgimenti costrizittivi. Se ci avete fatto caso Youtube è un servizio di Google molto differente degli altri prodotti della Gsuite for education: invece di archiviare i contenuti in cartelle protette e rigidamente organizzate li pubblica al mondo intero per ottenerne la massima diffusione. A Youtube e altri servizi di condivisione di video va riconosciuto che, accanto ai costanti fini di lucro mediante operazioni di marketing, hanno mantenuto lo spirito giusto per favorire la diffusione del sapere: la formazione a distanza è un modo per riempirli di contenuti culturalmente significativi.

Nella categoria filmati collochiamo anche i tutoriali, che possono essere utilizzati nei più diversi campi del sapere e dell’agire, che sono usatissimi dai nostri allievi e che possono essere realizzati in modo molto semplice, assemblando immagini statiche, magari corredate di un commento sonoro sincronizzato e di didascalie. In questo caso, come in quello della produzione di dispense e in generale quando si ridistribuiscono immagini, musica, filmati, testi e così via, è bene rispettare il diritto d’autore e quindi rivolgersi a materiali disponibili secondo le licenze Creative Commons o di Pubblico Dominio.

I software di screen-recorder e di video streaming sono molto utili per creare lezioni e tutorial basati sulle schermate di PC o di un tablet/smartphone. Gli inventori delle Flipped Cassroom, Jonathan Bergmann e Aaron Sams, usano Camtasia Studio, che però è a pagamento, i moderni Youtuber usano software più recenti, Open Source e in grado di fare anche le dirette streaming e di registrare non soltanto da un PC, ma anche da dispositivi mobili. 

A seconda del software scelto, il video può poi essere pubblicato online oppure essere mandato in diretta streaming. A fianco della schermata del PC è possibile visualizzare la nostra immagine mediante la webcam e aggiungere sottotitoli, disegni, annotazioni e commenti audio. Il video può essere erogato direttamente in diretta (su diverse piattaforme) o registrato e montato per eliminare i tempi morti (è questo lo stile di montaggio dello Youtuber tipo, che salta avanti nel video ogni volta che esso presenterebbe una pausa o un’attesa).

Ecco alcuni software che possiamo usare per le nostre lezioni basate sul PC:

  • OBS Studio – Open Source – Registrazione e streaming;
  • StreamLabs OBS​ – Open Source – Registrazione e streaming – disponibile anche per tablet e smartphone;
  • EZVid for Windows – Freeware – Registrazione e montaggio. 

Con questi software, per trasmettere un evento live, in diretta, non serve la profilazione degli utenti su una specifica piattaforma, perché essi sono concepiti in modo da trasmettere direttamente su diverse piattaforme, tra cui ovviamente Youtube. Qui la guida completa ai codificatori per Youtube.

In caso di emergenza, di urgenza, di necessità, potremmo avere bisogno  di collegarci in diretta con tutto il personale, gli studenti e magari anche le famiglie senza essere riusciti a profilarli tutti. In queste condizioni – che possono facilmente superare il migliaio di utenti – la videoconferenza è impossibile;  la diretta streaming (ad esempio su youtube) è l’unica possibilità che possiamo usare: non richiede credenziali, gestisce migliaia di utenti e consente un canale di ritorno mediante i commenti o chat, che risulta ben ordinato. Bisogna solo ricordarsi di attivare il canale delle dirette almeno 24 ore prima del primo evento (youtube si prende questo tempo per delle verifiche); in qualsiasi caso possiamo fare la diretta anche su altre piattaforme, quindi siamo liberi di trasmettere.

Non è un caso che i software come quelli che vi abbiamo indicato,  siano i preferiti dagli youtuber per la realizzazione dei tutorial. Se qualcuno ha tempo, ne approfondisca la tecnica comunicativa e il linguaggio:  se guardate una videolezione di Jonathan Bergmann e Aaron Sam,s noterete che il linguaggio e le tecniche di registrazione del video e dei commenti sono identiche a quelle usate dagli Youtuber che oggi recensiscono software e videogiochi come St3pNy, Gabby 16 bit, Lorenzist. 

Attenzione, per altro: se per un adolescente è normale registrare video dalla propria cameretta, magari disordinata, un docente dovrebbe invece evitare di registrare una videolezione dalla propria webcam con sullo sfondo la credenza o il balcone con panni stesi. Ammesso che con la webcam ce la caviamo e siamo in grado di “bucare il video” come si dice in gergo tecnico, il setting della videolezione è abbastanza importante. Nel mondo delle immagini è tutto finto ma almeno deve essere bello. Meglio magari piazzarsi davanti a una ricca libreria..,

Con questi strumenti una videolezione può essere molto soddisfacente ed efficace, più di una videoconferenza e, per certi aspetti, anche di una lezione in presenza. Chi ha già praticato questa modalità, può progettare ed esemplificare per i colleghi principianti eventi live con lezioni unificate per tutti gli studenti delle diverse classi,  magari nel laboratorio o nel locale più adatti, se possibile con più di un punto di ripresa e certamente con un minimo di regia. Un lavoro di squadra tra più docenti potrà rendere la lezione un materiale tutoriale venato di intelligente e intenzionale “spettacolarità”. I colleghi di un dipartimento possono selezionare i contenuti e definire una scaletta; i prof più comunicativi e disinvolti proporsi in una diretta; gli allievi faranno domande mediante i commenti live e il tutto poi rimarrà sulla piattaforma usata per lo streaming, tipicamente youtube. 

Certo, le difficoltà ci sono, e bisogna mettere in conto qualche piccolo fallimento, ma va computato anche il fatto che una “buona” videolezione andrà a costituire e poi ad arricchire un archivio condiviso, valido per l’intera scuola e anche per altre situazioni, presenti e future. In confronto una singola faticosa videoconferenza di un singolo prof con solo i suoi allievi  è quasi tempo sprecato. L’attenzione va posta sulla realizzazione del contenuto, la cattura dello schermo e delle immagini, il canale di ritorno con i commenti e le domande. Il lavoro di squadra farà il resto e la lezione sarà… strepitosa!.

Ricordiamo anche che può essere molto efficace utilizzare video già presenti sulla rete, fruiti in streaming e integrati e commentati, come indicato al punto 4 di questo articolo.

Per quanto riguarda la condivisione agli studenti di materiali da scaricare e da riproporre all’insegnante per la valutazione consigliamo di usare piattaforme come Edmodo nate ad imitazione esplicita della tradizionale configurazione scolastica (docenti, classe, singoli studenti, materiali didattici multimediali organizzati, registro, agenda di scadenze didattiche, bacheca per i contatti rivolti a tutti, messaggi per i contatti riservati, assegnazione di compiti, test, questionari, valutazioni e così via). L’ambiente Edmodo è stato sviluppato da un distretto scolastico, ed è a ricalco di qualcosa di noto, quindi facile da comprendere da parte degli allievi e da parte delle famiglie. L’accesso degli studenti, inoltre, non è condizionato da una profilazione, perché essi utilizzano un codice assegnato dal sistema e distribuito dagli insegnanti. Sono previsti contatti e avvisi per i genitori. Si può usare senza nessuna complicazione inerente la privacy già dalla scuola primaria.

Molto più semplice che caricare decine se non centinaia di account con dati anagrafici, nome, utente, password. Molto più etico che contribuire alla fidelizzazione di migliaia di utenti della rete alle grandi piattaforme multinazionali con finalità di profitto. Oltre al fatto che in parecchi casi gli studenti che hanno raggiunto la soglia di età prevista hanno già un proprio account su di esse – tra l’altro assolutamente utilizzabile per la gran parte dei servizi – e quindi si evita di creare inutili complicazioni e confusioni. In questi casi (dalla secondaria di primo grado in poi) sarebbe bene non creare nessun account dello studente a nome della scuola, ma aggiungere alle nostre piattaforme l’utente semplicemente utilizzando la sua email personale, quella collegata con l’account dello smartphone. La casella di posta personale è già stata creata in autonomia dalla famiglia, in alcuni casi anche con strumenti di protezione familiare ed è perfettamente integrata nello smartphone dello studente. 

Consigliamo quindi di interagire in modo esplicito con le famiglie degli studenti per farsi comunicare formalmente la mail dell’account con cui lo studente gestisce lo smartphone, necessaria per installare le App e per accedere ai principali servizi. Per gli studenti più piccoli meglio usare piattaforme ad accesso semplificato come Edmodo.

Non essendo strategiche per il funzionamento dello smartphone, le email secondarie generate dagli istituti, proprio perché ridondanti e “scolastiche”, per altro, vengono spesso trascurate e cadono nel dimenticatoio. Motivare e guidare invece ad usare correttamente il proprio account gmail o il proprio icloud personale può essere un primo passo verso una consapevolezza tecnologica, ma anche etica e civica. Insomma: si risparmiano ore di creazione di account e lo studente usa in maniera migliore e più chiara i servizi cloud abbinati al proprio dispositivo, che spesso non sa neanche di avere (come Google Documents). 

Ma non ci sono solo i servizi cloud ad offrire strumenti per la didattica a distanza. Oggi possiamo fare ricorso al registro elettronico della scuola, in principio molto limitato nelle funzionalità relative alle attività didattiche, ma in rapida evoluzione. Alcuni registri elettronici includono anzi funzionalità abbastanza ampie per lezioni a distanza e condivisione di materiali. Rimangono piattaforme molto chiuse, ma il vantaggio, innegabile, è che gli utenti sono già stati tutti inseriti dalla segreteria. Ai docenti rimane solo l’onere della produzione e condivisione dei materiali, senza perdite di tempo.

Arriviamo insomma a una conclusione così basilare da essere scontata: l’importante sono i contenuti, ovviamente dal punto di vista concettuale e operativo, ma anche relazionale. Il tempo dei docenti va quindi tutto impiegato nella selezione, produzione, organizzazione e integrazione di materiali significativi e non è quindi ragionevole pensare di consumarne nella gestione degli account, nel recupero delle credenziali (in)volontariamente perse così come in una gestione improvvisata degli incontri formali online, che troveranno a loro volta vantaggio dal fatto che il personale tecnico possa dedicarsi in misura maggiore ad apprestamenti, collaudi, manutenzione, adattamenti e così via.

Infine una considerazione: il web è stato concepito come ambiente aperto e in larga misura lo era, prima della colonizzazione dei suoi spazi che caratterizza la platform society. La visione iniziale lo concepiva come spazio di condivisione e questo approccio – ben esemplificato da anni dal portale della maestra Limone – resta il più coerente con l’istruzione pubblica e la cittadinanza consapevole. 

Il sapere umano non merita di essere disperso e recintato in allegati, (g)drive, gruppi social chiusi, ma andrebbe piuttosto sempre pubblicato senza limiti di fruizione, magari con licenza Creative Commons, in modo da poter essere riutilizzato citandone gli autori. A sua volta, una scuola che voglia continuare a essere democratica, cooperativa e come tale rivolta verso la costruzione di significati emancipanti non può sopportare di essere omologata e irregimentata in ambienti centralizzati e da procedure vincolate e vincolanti; ha invece bisogno – anche “a distanza” – di poter continuare a far coesistere coordinamento congiunto e dialettico e operatività distinte e differenziate, con piattaforme, dispositivi e stili comunicativi multidimensionali.

 

Marco Guastavigna e Dario Zucchini

  1. Ho provato a usare jitsi ma si sono inseriti utenti esterni che hanno trasmesso canzoni con bestemmie. Secondo me non va bene per la scuola. Chi scrive è un insegnante

  2. salve utilizzo anch’io jitsi meet con i miei alunni. la prima volta che ci siamo collegati ci siamo ritrovati con un’altra classe, questo perchè i nome della stanza era troppo scontato e banale. ho cambiato il nome aa stanza e devo dire che il tutto procede per il meglio aparte quache problemino di connessione che non dipende certo dall’app. piuttosto vorrei le indicazioni per poter vedere video

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