Una ne fai… e 100 ne scopri!

Da qualche tempo PowerPoint 365 dispone in tempo reale della funzione sottotitoli:

Indubbiamente interessante in sé.

Ma l’utilità è moltiplicabile, perché – con un po’ di manovre – si può arrivare a arricchire una qualsiasi schermata condivisa online, come nell’esempio, dove a essere sottotitolata in Webex è la finestra attiva di Firefox:

Dov’è il trick?

Nel fatto che il programma di Microsoft non vincola la sua produzione di sottotitoli all’uso effettivo delle slide.

E quindi, basta attivare una presentazione vuota sullo sfondo e – come detto – condividere il proprio schermo, avendo la semplice accortezza di tenere in primo piano la finestra del contenuto via via “attivo” e di dimensionarla in modo da lasciare spazio ai sottotitoli, che in questo caso si sviluppano in basso, ma che è possibile posizionare in altri modi utili.

L’importante è non sovrapporli alle slide.

PS: l’amico Luca Ballestra Caffaratti mi ha segnalato WEB CAPTIONER, utilizzabile in modo analogo a PowerPoint365. In questo caso, anzi, è anche possibile scaricare il testo della sottotitolazione. Condicio sine qua non? Usare Chrome.

Più è meno: soluzioni in cerca di problemi

Dieci anni fa Giovanni Bonaiuti ha dedicato al tema addirittura un intero libro, ora per altro disponibile al download gratuito.

E da allora sono proliferati i tutorial a proposito delle relative App – come si dice adesso -, in inglese, ma anche in italiano.

Sto parlando dei video interattivi come risorsa didattica. La convinzione della loro utilità è sostanzialmente indiscussa, che li si coniughi con la flipped classroom, o (in modo decisamente più sensato) con la necessità di non ridurre l’erogazione emergenziale dell’istruzione a videoconferenze più o meno spacciate per lezioni.

E sono anche proliferati gli ambienti per annotare i video; a VideoAnt, infatti, si sono aggiunti EdPuzzle, Ted Ed, Vibby, Timelinely, Yinote e Islcollective Video Lessons. [Hai visto bene, non ci sono i link: se vuoi raggiungere i diversi accrocchi, basta che li cerci con un motore di ricerca, magari DuckDuckGo. Ma fai uno sforzo: vai avanti nella lettura prima di scatenare la tua caccia alla novità]. E probabilmente altri che non abbiamo elencato.

Sappi che ci sono soluzioni davvero varie, anche se tutti si fondano sull’inserimento dell’URL del video su cui si intende lavorare (qualcuno accetta solo quelli di YouTube, altri sono più ecumenici) e sulla sua riproduzione in streaming su un proprio player: sono quindi pienamente rispettosi del copyright.

Tutti permettono la condivisione con i destinatari finali del lavoro di un altro URL, che lo rende attivo e fruibile e i più raffinati forniscono anche un codice per l’incorporamento in una risorsa di rete autonoma.

Qualcuno, poi, integra questi elementi con l’organizzazione di una classe virtuale e l’assegnazione ai suoi componenti dei contenuti prodotti. E quindi permette, per esempio, il tracciamento delle risposte date dai singoli destinatari alle domande poste da chi ha realizzato il video interattivo.

Già, la sola forma di interazione davvero chiara è questa, in forma aperta e a scelta multipla. Come vedrai, non mancano il riordinamento di frasi o la ricerca di corrispondenze e così via. Il contenuto del video, insomma, è concepito come esposizione su cui condurre delle verifiche.

Ma ci sono anche altre modalità: chi interviene sul video originale può sempre scrivere testo, che in vari casi può anche contenere dei link attivabili; un ambiente consente pure l’inserimento di immagini e di registrazioni audio-visive originali, realizzate con microfono e webcam.

Quanto alla forma di erogazione del filmato, sono sostanzialmente previste due fattispecie: il flusso senza interruzioni, oppure l’arresto (automatico o per scelta del destinatario) in corrispondenza delle annotazioni.

Un ambiente dà la possibilità di isolare e proporre al destinatario segmenti selezionati da più video, un altro una struttura di lavoro fissa (dai prerequisiti per la fruizione, alla discussione, alle conclusioni) che l’autore degli interventi può riempire di contenuti e di stimoli.

Hai già abbandonato l’articolo per partire con la ricerca delle App? No? Benissimo. Prima di farlo, infatti, devi ancora riflettere su un aspetto dirimente: proprio la superficialità con cui ti ho descritto le varie possibilità operative (tipologia di contenuti, ma non di impieghi) testimonia chiaramente che manchiamo di una definizione autenticamente significativa e articolata del concetto di interattività con i video.

Non è un caso che i citati tutorial (lo potrai verificare tra poco) siano tutti orientati al funzionamento del meccanismo presentato: gli esempi sono per lo più prodotti privi di senso, realizzati in modo frettoloso e senza un qualsiasi filo logico che possa anche solo far supporre un’autentica efficacia didattica.

Diciamolo meglio: siamo privi di una visione condivisa dell’interattività di secondo livello. Perché quella del primo tipo la conosciamo e pratichiamo quotidiamente: è l’immersione individuale e collettiva nel flusso audio-visivo.

Qualche precedente, però, lo abbiamo vissuto.

La modalità cineforum prevede infatti l’emersione e il dibattito alla fine della proiezione; quella videoregistratore (ed eredi, fino alla LIM) a scuola la – ripetuta – messa in pausa da parte dell’insegnante e commenti, domande e stimoli in parte preparati in parte estemporanei (alzi il mouse chi ha fatto qualcosa del genere senza suscitare vivaci proteste!).

Cosa spiega questa carenza strutturale? Sul piano intellettuale, la possibilità di scomporre in modo puntuale ed eventualmente puntiforme un aggregato culturale nei fatti fruito e considerato come unico e indivisibile non ha ancora un riscontro consolidato e quindi non vi è un patrimonio a cui fare riferimento.

Anche se la gran parte delle operazioni che abbiamo elencato nei paragrafi precedenti sono tecnicamente dei collegamenti, dei link, infatti siamo di fronte a una situazione molto diversa da quella dell’ipertestualità, che si è rivelata invece fin da subito molto potente ed efficace, in termini sia sintattici sia semantici, in quanto arricchimento senza soluzione di continuità cognitiva e culturale di note, citazioni, indici e rimandi bibliografici, lascito che ha contribuito a rendere più chiaro il passaggio.

Insomma, anziché esporre gli allievi a patchwork controproducenti, noi adulti dobbiamo sperimentare, costruire e condividere in prima persona una cassetta di attrezzi interattivi dotati davvero di senso logico e significato formativo e quindi capaci di assegnare alla dimensione audiovisuale non una funzione dispensativa e banalizzante (il filmato – magari “pasticciato” con un po’ di legami associativi – che sostituisce il libro, il testo), ma il compito di aiutarci a cogliere, distinguere, rappresentare e apprezzare la complessità dei saperi.

[Ora (e solo ora) hai l’autorizzazione a cercare gli aggeggi citati].

Favole allo smartphone, tra QR code e Tag NFC

Ritratto dello scrittore Gianni Rodari

Chi non conosce le meravigliose “Favole al telefono” di Gianni Rodari? Pubblicate per la prima volta nel 1962, sono ancora presenti in molte biblioteche di classe delle nostre scuole, così come presso alcune famiglie, dal momento che sono un vero capolavoro, sia dal punto di vista dell’originalità dell’impostazione sia da quello della matrice valoriale.

Orbene, Rodari cita per quattro volte (La giostra di Cesenatico, Sulla spiaggia di Ostia, Uno e sette, Ascensore per il cielo) Gagarin, primo cosmonauta nella storia dell’umanità.

All’epoca, infatti, il volo del pilota sovietico poteva essere citato come fatto di cronaca, noto più o meno a tutti: era appena avvenuto e aveva costituito una notizia clamorosa, trasformatasi a Occidente in una sorta di choc, considerato l’attrito tecnico-scientifico e politico-militare tra USA e URSS.

Ma come possono capire davvero i bambini di ora (e i maestri giovani )? Per molti “Gagarin” rischia di essere poco più che una strana sonorità.

Come risolvere il problema, su carta e non solo e senza alterare il testo originale? Una soluzione può essere costituita dall’uso dei codici QR, per generare i quali vi sono in rete numerose risorse gratuite.

Inseriamo l’url della voce di Wikipedia su Jurij Gagarin (o quello di qualsiasi altra pagina che ci possa essere utile), generiamo il codice e lo scarichiamo come immagine.

Possiamo poi pensare in grande – ma dobbiamo essere un editore e risolvere il problema dei diritti – e realizzare un edizione “aumentata” delle “Favole”, con il QR e tutti gli altri che possano essere utili collocati sul margine delle pagine. Oppure accontentarci – e siamo un genitore e/o un insegnante – di ritagliare e incollare i QR nella medesima posizione sulla nostra singola copia o su tutte le copie di cui disponiamo.

Basterà poi inquadrare il QR con uno smartphone – magari vecchiotto, magari senza SIM, magari ribaltato su un televisore, su una LIM o su uno schermo – e il gioco è fatto: ecco l’accesso alle informazioni aggiuntive che ci servono.

Qualcuno dirà: “Ma in fondo non è che un link!”. Verissimo. Aggiungo che questo tipo di link altro non è che una nota.

E allora, qual è la differenza? La differenza è il fatto che siamo di fronte a scelte operative che definiscono un modello molto interessante dal punto di vista culturale e cognitivo, applicabile in varie altre situazioni scolastiche (senza trascurare la formazione degli insegnanti) e per altro già presente in molte risorse destinate ai turisti:

a. il QR consente di rendere linkabili anche le realtà costituite di atomi, gli oggetti materiali;

b. il collegamento prevede due diversi supporti con funzioni diverse, l’oggetto di partenza e lo smartphone, e quindi mantiene la netta distinzione tra flusso informativo culturale principale e informazioni aggiuntive, approccio che può facilitare la strutturazione di interconnesioni logiche congruenti alla situazione formativa.

Post Scriptum: si può agire in modo del tutto analogo con i TAG NFC, sia nella versione “a ciondoletto”, sia in quella adesiva, probabilmente la più adatta per i libri cartacei (31 gennaio 2020), come nell’esempio, la prima “edizione” delle Favole al telefono in  grado di aprire direttamente una pagina web.

 

Windows 10: ecco come disattivare veramente gli aggiornamenti

Chi fa il docente sa quanto sono importanti le ICT nella didattica e sa anche che per poter permettere che il ritmo delle lezioni sia adeguato rispetto a quanto progettato occorre che le tecnologie siano SEMPRE funzionanti. Quante volte accade che, appena entrati in classe, si accenda la LIM e che al posto del desktop compaia la fatidica scritta: “Preparazione degli aggiornamenti di Windows in corso. Attendere prego”. Come si fa a fare lezione? Le ICT devono essere il nostro “tappeto digitale” (cfr MIUR-Bando Atelier Creativi). DEVONO funzionare SEMPRE.

Chi ci segue da tempo sa che dalla ricerca Dschola è nato il progetto Manutenzione Zero, per permettere alle nostre tecnologie un funzionamento continuo senza assistenza tecnica (per approfondire vedere il sito www.associazionedschola.it/zero).

Con Windows 10 abbiamo aggiornato il tutorial e la guida, proposto un nuovo software di congelamento (TimeToolWizFreeze) ma con le ultime versioni ci siamo accorti che gli aggiornamenti di Windows 10 erano veramente difficili da bloccare.

Ora Windows propone aggiornamenti schedulati, distribuiti nel tempo che rimangono latenti e anche se i servizi sono disattivati, si avviano ugualmente dopo un certo lasso di tempo.

La soluzione che abbiamo trovato per ovviare a questa difficoltà è quella di utilizzare un software di terze parti, StopUpdates10, che blocca attraverso le chiavi di registro gli aggiornamenti. Ovviamente dallo stesso programma è possibile riattivarli.

Con questa utility siamo riusciti a bloccare gli aggiornamenti per poter “freezare” davvero il pc e garantire un utilizzo continuo senza sorprese.

ATTENZIONE: ricordatevi in fase di installazione dell’utility di togliere la spunta dal “check for new Version”, altrimenti non si aggiornerà Windows ma la nostra utility. 

Il software è reperibile facilmente su internet e ora è alla versione 2.0.50

Buone prove a tutti.

Sito dell’autore: https://greatis.com/stopupdates10/

(sotto)Titoli culturali per pigri

Alzi il mouse chi non ha nel proprio curriculum professionale o intellettuale un discorso davvero figo e indubbiamente lucido, proferito a braccio, magari estemporaneo, da cui vorrebbe trarre, non dico un saggio. ma almeno un articolo, o anche soltanto un post.

Accade però che, nonostante in molti casi il discorso stesso sia stato fortunatamente raccolto in un filmato analogico poi digitalizzato e collocato su Youtube, oppure in un più recente video realizzato con uno smartphone , autrici e ed autori non trovino il tempo, la voglia o adeguati mezzi di ricatto o seduzione nei confronti di terzi per “sbobinarlo”, ovvero per trascrivere le parole pronunciate in un testo coerente e coeso.

Io mi colloco in questo insieme e perciò da un po’ di tempo sto esplorando accrocchi vari che possono offrire una soluzione, se non ottimale, almeno facilitante.

Ci sono, in primo luogo, i sottotitoli di Youtube.

Non certo quelli che deve inserire l’umano in prima persona: si può fare, l’ambiente di lavoro è anche chiaro ed efficiente, ma la rottura di scatole è ancora peggiore di quella di “sbobinare”.

Sto parlando di quelli inseriti dal sistema, usando in modo automatico Google Web Speech API. Molti filmati depositati su Youtube ne sono provvisti, anche non sempre è stata azzeccata la lingua di partenza e quindi c’è qualche situazione davvero grottesca.

I sottotitoli di questo tipo ci sono, anche se non perfetti, e ripropongono quanto detto a voce.

Possiamo quindi scaricarli per poi migliorarli e farne un testo vero e proprio; uno dei modi per realizzare questo obiettivo è DIYCaptions, che offre anche altre due possibilità: aprire i sottotitoli  esistenti ed editarli, più interessante, o realizzare una trascrizione originale da zero, soluzione questa – nella nostra prospettiva – da catalogare, ma da aborrire come la peste.

Non accontentarmi delle prime soluzioni mi è servito anche questa volta, perchè -incaponendomi- ho scoperto un’altra cosuccia, verificandone pure l’effettivo funzionamento: come ingannare il proprio dispositivo e costringerlo a dettarsi un testo da solo.

La condizione di base è la sottomissione ufficiale a Google: se usiamo Chrome per lavorare con un documento di testo di Google, infatti, possiamo fruire della funzione di “Digitazione vocale” del menu “Strumenti”, che si appoggia sul citato Web Speech API, riconoscimento vocale imperiale, ma con due indubbi pregi: un buon livello di efficienza e un miglioramento continuo.

Come anticipato, ci  vuole però un trucchetto: Google docs deve credere di ricevere il proprio input vocale dal microfono dell’utente.

Per far questo ci sono vari software: adeguatamente impostati, configurano una schedia sonora virtuale, che consegnerà il suono in uscita di un file audio o video eseguito sul dispositivo come ingresso alla “Digitazione vocale” di Google Docs, la quale lo trascriverà nel documento.

L’utente deve solo aspettare la fine della autodettatura ed eventualmente sistemare il testo finale.

Io ho provato l’efficacia di Soundflower per MacOSX e di VoiceMeeter per Windows. Alternativeto.net offre un elenco ampio di alternative, per vari sistemi operativi e dispositivi fisici.

 Google Web Speech APIDIY Captions Captions

Software per tutte le stagioni

Ci accingiamo a dare conto di una vicenda tipicamente tecno-serendipica: cercando di ottenere un certo risultato, abbiamo scoperto un sacco di altre possibilità, che pensiamo sia utile condividere.

Cominciamo con l’obiettivo iniziale. una specie di sfida all’obsolescenza tecnologica programmata: rimettere in gioco su macchine “attuali” programmi per Windows che hanno più di vent’anni, età del tutto evidente per quanto riguarda l’interfaccia o l’uso degli schermi, ma la cui concezione testimoniava e tuttora testimonia l’impegno che in quell’epoca connotava la ricerca nel campo delle tecnologie applicate all’educazione linguistica.

Abbiamo subito pensato a Wine. Molto noto, è disponibile per Linux, per MacOSX e anche per Android. Non siamo ancora riusciti a fare funzionare quest’ultima applicazione, né con processore ARM né con architettura x86, ma le altre due invece hanno dato immediatamente ottima prova di sé. Installandole e avviando la prima volta gli eseguibili Windows con Wine, i programmi partono e funzionano; poi il sistema operativo in uso memorizza l’associazione e le successive aperture sono automatizzate.

Trafficando con Wine, abbiamo scoperto un suo derivato, WineBottler, purtroppo disponibile solo per MacOSX. Cosa fa? Con una procedura molto semplice, “trasforma” alcuni programmi per Windows in applicazioni per MacOSX, che diverrano avviabili in modo del tutto autonomo e – risolto il copyright – distribuibili come tali. Nessuna magia: WineBottler offre una funzionalità “Advanced” in cui si seleziona il software windowsiano che interessa – non necessariamente un residuato -, se necessario si procede alla sua installazione e in tutti i casi si indica l’eseguibile “nativo” da lanciare  come avvio dell’applicazione in MacOSX. Consigliamo di selezionare l’opzione che include Wine nella nostra pseudoApp, in modo da renderla del tutto autonoma.

Come fare però con l’attuale Windows a 64 bit, del tutto alieno a far funzionare i programmi a 16 bit come quelli da cui è partito il nostro percorso?  Ci siamo incaponiti e abbiamo scoperto DosBOX, un emulatore del DOS, funzionante non solo con Linux e MacOSX, ma pure con Windows 10 a 64 bit, appunto, e perfino con Android, anche se con questo sistema operativo non viene emulato il mouse e con gli smartphone è necessario connettere una tastiera fisica con un cavo USB OTG. Dopo essere stato installato e avviato, DosBOX apre una finestra di emulazione DOS, quella con le mitiche lettere dell’alfabeto. I vari sistemi operativi comportano una differenza; su Android, vedremo immediatamente resuscitare il prompt C:\>, mentre con gli altri sistemi operativi comparirà Z:\> e dovremo perciò imparare a usare il comando mount, nella seguente formaMOUNT [Drive-Letter] [Local-Directory]. Facciamo un  esempio: con il comando mount c d:\old, faremo della cartella d:\old il nostro disco rigido virtuale, che raggiungeremo con il comando C: e su cui potremo operare con le modalità e la sintassi del DOS. Preparando adeguatemente le cartelle d’appoggio abbiamo così installato su tutti i 4 sistemi operativi prima Windows 3,1 e poi, dal suo interno, i vecchi programmi di nostro interesse.

Di Windows 3.1, come di tutti quelli successivi, avevamo a suo tempo acquistato la licenza, ma perso i supporti. Allora siamo andati su Internet, dove abbiamo trovato veramente di tutto. Segnaliamo in particolare la sezione Software di Archive.org, che raccoglie una grande quantità di materiali di epoche diverse: alcuni potrebbero essere ancora interessanti (magari i giochi),  ma, per le ragioni più diverse non sono stati più realizzati  in versioni attualizzate. Wine, WineBottler, DosBOX e le semplici operazioni da essi richieste possono però  recuperarli  in modo del tutto efficiente e compatibile con le strumentazioni attuali, che possono diventare così ancor più ricche e flessibili.

Impersonal Computer

Il mio profondo narcisismo e la conseguente e gravissima ludopatia digitale non mi avrebbero mai perdonato se non avessi provato subito.

Lette le istruzioni fornite da Dario Zucchini, mi sono pertanto precipitato nel box-auto dove tengo anche le tracce di tutte gli sfizi che mi sono tolto in questi trent’anni di rapporto onanistico e allo stesso tempo conflittuale con le eternamente nuove tecnologie.

Nemmeno me lo ricordavo, ma sepolto in una scatola ho trovato un vecchio Toshiba Satellite 2000, il cui BIOS all’accensione ha lamentato una datazione ferma al 2005 (non ricordo il giorno), ma che per il resto era perfettamente funzionante.

E allora sono partito.

Da bravo dscholaretto, ho scaricato le immagini ISO di Gparted Live e dell’ultima versione di Android-x86.

Sono andato in giro per il disco rigido del mio PC con Windows 10 a ripescare UNetbootin – ma va bene anche Rufus –, che ho usato su due vecchie pennette da 2 giga, a loro volta giacenti in un portaocchiali assurto a sarcofago. Risultato: due unità USB avviabili.

Con la prima – Gparted- ho spianato e preparato il disco rigido; con la seconda installato Android per PC. Operazioni alla portata di chiunque: all’accensione il fido Toshiba, per altro, mi informava in modo ammiccante che bastava schiacciare il tasto F12 per decidere da quale dispositivo fare il boot, forse ansioso di ripartire verso un radioso futuro.

Ed è cominciata la prevedibile fase bulimica, tuttora in pieno corso.

Disponendo di 2 giga di RAM e della relativa licenza, ho potuto installare Microsoft Office, ma non mi sono per nulla accontentato e ho caricato anche una serie di applicazioni che fanno esattamente le stesse cose di Word, PowerPoint e Excel. Per non parlare di quelle per la scrittura creativa (un mio vecchio pallino), che sono moltissime e in larga misura gratuite, così come vari altri strumenti con gli scopi più diversi, tra cui segnalo quelli destinati a incrementare e supportare l’autonomia personale, per esempio taskAbile.

I vantaggi di un pc androidizzato non consistono soltanto in questa cuccagna, ma sono anche di altro genere.

In primo luogo, si possono usare moltissime delle applicazioni previste per smartphone e tablet con la comodità ergonomica della tastiera ampia e del mouse. Sottolineo a questo proposito che la versione che ho installato – a differenza di alcuni Android utilizzati “nativamente” da alcuni miniPC – supera la tipica crisi di identità di un computer che si crede un telefono e che pensa di poter essere ruotato, cioè le schermate disposte in verticale lungo il lato lungo dello schermo, adattandole invece alla situazione effettiva del monitor con il detto lato lungo in orizzontale.

In secondo luogo, si apprezza la vocazione universalistica delle applicazioni, che considerano molti punti di vista e agiscono su uno spettro molto ampio di ambiti della vita culturale e quotidiana: insomma, le attività che possono assumere valore cognitivo, formativo ed inclusivo sono davvero molte.

Un paio di indicazioni per chi vuole provare a scuola, con gli studenti, in un’aula-laboratorio.

Terminate le operazioni di base, si deve indicare o creare un account Google, necessario per proseguire, in particolare per installare il set di applicazioni più utili nel contesto d’uso effettivo dei PC appena miracolati. Mi sembra saggio impiegare un account definito per l’occasione, che consentirà anche di clonare il set di applicazioni installate sul primo computer sugli altri, senza dover ripetere le operazioni nei dettagli. Android dà infatti la possibilità di replicare la struttura di un dispositivo su quelli via via collegati alle medesime credenziali, che suggerisco di concepire non associate ad alcuna forma di pagamento e assolutamente astratte ed anonime (e quindi certamente non l’indirizzo gmail dell’insegnante e nemmeno quello della scuola), in modo che siano inesistenti e operanti in nessun altro luogo virtuale: insomma, coniamo un accredito esclusivamente ad hoc e per ulteriori installazioni e allineamenti della Raccolta delle applicazioni. In questo modo si eviterà la piena subordinazione dell’attività didattica all’estrazione di dati e di valore da parte di Google.

Marco Guastavigna

Altre info su:  www.associazionedschola.it/greenlab