Dopo il decalogo del MIUR – che apre la strada agli smartphone in classe e che i docenti hanno percepito per lo più con indifferenza –  sono spuntati i doverosi distinguo e antidecaloghi degli esperti pronti a smontarne tutto l’impianto.

Il più autorevole è sicuramente l’antidecalogo di Antonio Calvani presidente dell’Associazione SApIE. In dieci punti pubblicati su Tuttoscuola l’autorevolissimo esperto, formatore e ispiratore di moltissimi docenti, contesta e smonta, a suo dire, l’impostazione del MUR.

Ma, ammesso e non concesso, che l’impostazione del MIUR possa contenere leggerezze scientifiche e/o errori di valutazione altrettante ne potrebbe contenere l’antidecalogo:

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Il punto 2 è forse il più controverso: “Non ci sono evidenze scientifiche di un significativo miglioramento negli apprendimenti scolastici dovuto a inserimenti massicci di tecnologie al di fuori di obiettivi circoscritti e ben finalizzati. Sono le metodologie didattiche, e non le tecnologie, a fare la differenza.”

La conclusione è perfetta “Sono le metodologie didattiche, e non le tecnologie, a fare la differenza.” e ragionevole; ma la premessa potrebbe essere sbagliata vediamo perché:

“Non ci sono evidenze scientifiche di un significativo miglioramento negli apprendimenti scolastici dovuto a inserimenti massicci di tecnologie al di fuori di obiettivi circoscritti e ben finalizzati”

Il tempo delle classi 2.0 è passato da un pezzo, i laboratori delle scuole oggi sono obsoleti e scassati; ma “l’inserimento massiccio di tecnologie al di fuori di obiettivi circoscritti” è già avvenuto senza nessuna regia e controllo grazie allo smartphone. Fingere che il terminale non esista solo perché non abbiamo “obiettivi circoscritti e ben finalizzati” non ci aiuta a prevenirne i cattivi utilizzi, semmai il contrario.

E’ poi vero che “non ci sono evidenze scientifiche di un significativo miglioramento negli apprendimenti scolastici dovuto a inserimenti massicci di tecnologie” però ci sono alcune considerazioni da fare su cui gli esperti dei monitoraggi glissano:

  • Probabilmente non ci sono neanche evidenze scientifiche di un significativo peggioramento dei rendimenti scolastici e questo potrebbe essere già un buon punto di partenza
  • L’inserimento massiccio di tecnologie da noi non c’è mai stato veramente: qualche classe 2.0 qua e là, qualche scuola 2.0 insomma esperimenti più o meno fortunati. Alcuni decisamente molto fortunati come le scuole del progetto Tablet School capitanato da Dianora Bardi.
  • Gli stessi dati delle esperienze pregresse, anche a livello globale, non sono mai andati oltre ad un distretto scolastico o regionale, potremmo quindi non avere dati realistici e campioni significativi
  • Il vero inserimento massiccio di tecnologie è arrivato con il terminale dell’utente, che in questo momento, è lo smartphone più che il tablet. Le ricerche scientifiche su questo specifico terminale utilizzato a scuola forse non hanno ancora campioni significativi (manco lo facciamo usare!).
  • Le azioni di monitoraggio delle classi digitali (e le conseguenti evidenze scientifiche) hanno sempre avuto un vizio di impostazione: volutamente andavano a monitorare alcune competenze e abilità di base ignorando totalmente l’innovazione didattica che è alla portata del percorso scolastico e dei ragazzi di oggi. Ma se non vado ad analizzare anche  la capacità nel creare – ad esempio – mappe, storie, tutorial  con e senza tecnologia sicuramente il rendimento scolastico non cambia.
  • I nostri allievi oggi possono anche scrivere in maniera collaborativa, programmare un robottino, costruire mappe, raccontare storie, pubblicare video, tutorial e così via. Tutte cose di cui gli esperti ci parlano da anni, su cui si pubblicano libri e su cui organizzano il nostro aggiornamento di docenti. Poi, però, queste attività non vengono mai realmente monitorate in relazione con la tecnologia. Se si tratta di attività secondarie allora smettiamo anche di perderci del tempo; ma se sono cose valide (e lo sono) allora facciamole bene in classe e studiamone seriamente i risultati con e senza lo smartphone!

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Il punto 4 ci mostra ancora di più uno scollamento tra la teoria e la pratica: “I casi in cui le tecnologie sono utili sono particolari (servono, per esempio, a supportare la didattica rivolta a soggetti con disabilità), e richiedono una specifica competenza da parte del docente.”

Quindi  mappe mentali e concettuali, digital storitelling, video tutorial, coding e tutte le innovazioni promosse dagli esperti in questi ultimi 10 anni non sono buone pratiche diffuse ma sono solo dei casi particolari in cui le tecnologie sono utili? oppure le tecnologie in questi casi sono del tutto inutili? Possiamo fare digital storytelling senza il digitale? bello non ci avevamo pensato!

Dopo anni e anni di formazione, libri, seminari che ci hanno proposto queste buone pratiche come il futuro della didattica applicata alle tecnologie ora, che la tecnologia è in ogni tasca, dovremmo abbandonare tutto? la tecnologia non ci serve più? ci fa paura? per usarla ci vuole di nuovo la patente?

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Il punto 6 arriva fuori tempo massimo, leggiamolo: “Il BYOD (Bring Your Own Device: il permesso dato agli alunni di portare in classe il proprio smartphone o tablet), incoraggiato dal Miur, rischia di distrarre gli alunni e di provocare nuove forme di discriminazione sociale legata alla diversa qualità tecnica dei dispositivi posseduti.” 

Chi sta a scuola sa benissimo che il rischio è già diventato realtà! Gli alunni, dalle secondarie di 1° grado in poi, portano già il loro smartphone e, incuranti dei divieti, si distraggono quotidianamente con esso. Il MIUR non sta incoraggiando niente, è tutto già successo e pure da diversi anni.

Per fare un esempio dei paradossi in cui spesso si infila la scuola: mi sono trovato qualche mese fa con i miei allievi in una scuola media per fare un workshop su app inventor. Abbiamo sviluppato delle app con gli studenti della scuola ma non abbiamo potuto provare le app sugli smartphone degli studenti perché il regolamento della scuola vietava tassativamente l’uso dello smartphone e non si potevano fare deroghe. Peccato che tutti (proprio tutti) gli studenti avessero comunque in mano un proprio smartphone che, anziché usarlo per provare i risultati della lezione lo usavano, neanche troppo di nascosto, per i fatti loro 😛

Il tema delle discriminazioni sociali è stato ampiamente dibattuto circa 10 anni fa ed era in quei tempi molto sentito. Si poteva sperimentare con una classe 2.0 finanziata mentre era difficile far portare il terminale agli stessi studenti. Ma oggi è cambiato tutto: uno smartphone di fascia super-economica  è oggi dotato di processore quad core  ed è perfettamente in grado di far girare qualsiasi applicazione didattica con una velocità sicuramente superiore ad un normale PC. Non sono cresciute soltanto le prestazioni ma anche gli schermi, ora la dimensione standard è di almeno 5 pollici utilizzabile quasi come un tablet.

Ci sono scuole, in periferia delle grandi città, con problemi di povertà e immigrazione dove le famiglie non acquistano neppure i libri ma i ragazzi hanno tutti lo smartphone. Ci sono, anche e per fortuna, docenti che hanno deciso in quelle scuole di adottare il byod proprio per eliminare le discriminazioni sociali che erano ulteriormente accentuate dalla carenza di fondi e dotazioni scolastiche (laboratori e lim carenti di manutenzione, poche postazioni funzionanti, sistemi obsoleti).

1,3,5,7,8,9,10

Tutti gli altri punti sono utili e perfettamente condivisibili, più che in contrapposizione mi sembrano una sapiente integrazione alle indicazioni del MIUR.

Gli esperti volano alto e sono davvero bravissimi: prima ci fanno appassionare con le mappe, lo storytelling e tutte ultime invenzioni didattiche applicate alla tecnologia, puntano giustamente ad un mondo ideale e poi ci ricordano che per fare queste cose bellissime così come le ha pensate l’ideatore è meglio un pc della scuola (scassato?) piuttosto che uno smartphone ultimo modello.

Comunque la pensiate, per noi che stiamo tutti i giorni in trincea, il decalogo del MIUR  prende atto della dura realtà e ci dà  finalmente la libertà di scegliere tra un laboratorio che arranca in cui passare un oretta ogni tanto e una legione di smartphone già carichi, aggiornati e sempre pronti all’uso.

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  1. Stefania Giorello

    …vedo solo ora questa interessantissima novità  e…penso proprio che ne approfitterò!!! Sono un’insegnante di lettere ed anch’io sono appassionata di blog…
    …quindi…arrivederci!!!

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  2. Maria Teresa Panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi.Grazie

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  3. maria teresa panunzio

    Buongiorno, sono una ex-insegnante di informatica e matematica.Ho partecipato per due anni come mentor nel Coderdojo di Biella e la mia prossima iniziativa è relativa a Scratch per dodicenni alla biblioteca dei ragazzi di Biella.Vorrei entrare in contatto con voi

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  4. come si puo pensare di dare queste informzioni e mettere le TIC all infanzia quando già i bambini sono bombardati da TIC e media fuori dalla scuola. La scuola dev essere un luogo dove i bambini devo fare esperienze dirette non farli rincretinire usando il computer o il tablet o schermi Gia a 4 anni alcuni portano le lenti figuriamoci se anche a scuola li mettiamo davanti a schermi illuminati. La scuola pubblica distruggerà la spontaneità dei bambini se continua cosi. Avremo dei sapientoni con cervelli pieni d informazione ma vuoti di ciò che sono le cose piu semplici e naturali.

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    • Gentile Luca,
      concordo con la sua posizione quando afferma che “la scuola deve essere il luogo per far fare esperienze dirette”, soprattutto nella scuola dell’infanzia. Infatti, tale grado di scuola richiede proprio che i bambini imparino a utilizzare tutti i campi di esperienza, come citato nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo del 2012. Questo però non esclude che tale esperienze venga fatta ANCHE attraverso le tecnologie. Sottolineo l’ANCHE che non richiede l’ESCLUSIVITA’. Utilizzare solo le ICT all’infanzia sarebbe patetico, oltre che poco funzionale.
      Inoltre mi permetto di fare il punto sulla MODALITA’. Il rapporto 1:1 con il computer non è un modello per la scuola dell’infanzia, dove il gioco ha la priorità. Non è possibile far utilizzare ai bambini dell’infanzia un dispositivo per ognuno. E’ invece possibile utilizzare i dispositivi in gruppo, usare il proiettore, usare il Coding, usare i video (brevi) , usare le immagini, interagire con la tecnologia.
      Il grande compito della scuola oggi è quello di sviluppare competenza digitale, i docenti devono insegnare a utilizzare le ICT con gli aspetti positivi e gli aspetti negativi (si veda il modello di competenza digitale DIGCOMP). Ovviamente ogni età ha una sua struttura cognitiva e i docenti dovrebbero essere formati per capire come le ICT si possono utilizzare in relazione al livello della scuola. A questo proposito si guardi il modello TCPACK: è molto interessante.
      Ultimo appunto: la creatività. Un uso consapevole delle ICT sviluppa creatività. Non si tratta di un uso istruttorio o procedurale ma l’uso creativo (ad esempio il Coding)
      La scuola potrebbe farne a meno e scegliere di non usare le ICT: ma se questi ragazzi non hanno imparano a utilizzare le ICT in modo intelligente a scuola dove altro possono avere occasione di imparare? La scuola dovrebbe essere maestra di vita, anche nelle ICT.
      Che ne pensa?

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      • D’accortissimo con lei, quindi posso sviluppare il coding unplugged all’infanzia come “utilizzo” delle TIC.?

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        • Mi inserisco nella discussione: per me il coding è e può essere solo plugged!
          Unplugged è qualcos’altro e certamente non ha a che fare con le TIC.
          Coding vuol dire programmare qualcosa: un robot, un tablet un pc, anche un giocattolo educativo programmabile o radiocomandato. ma non la carta e i cartoni!
          Quindi se non ho a che fare con qualcosa di programmabile non posso usare la parola coding.

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